Categoria: Ultim’ora

  • Verissimo, speciale ‘Amici’: le interviste di oggi sabato 23 maggio

    Verissimo, speciale ‘Amici’: le interviste di oggi sabato 23 maggio

    (Adnkronos) –
    Silvia Toffanin torna oggi, sabato 23 maggio, con un nuovo appuntamento di Verissimo. Nella puntata di oggi la conduttrice accoglierà nel suo studio i talenti di ‘Amici’, il talent show condotto da Maria De Filippi che si è concluso lo scorso sabato con la vittoria di Lorenzo Salvetti.  

    “Sabato 23 maggio a Verissimo non perdete lo speciale dedicato ad Amici25. Lorenzo, Alessio, Nicola, Emiliano, Elena e Angie vi aspettano per vivere insieme una puntata ricca di emozioni”, questo il messaggio pubblicato sui social di Verissimo. L’appuntamento è alle 16.30 su Canale 5.
     

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  • Formula 1 Gp Canada, oggi qualifiche e gara sprint: orario e dove vederle

    Formula 1 Gp Canada, oggi qualifiche e gara sprint: orario e dove vederle

    (Adnkronos) – Torna la Formula 1 con il Gran Premio del Canada. Dalle qualifiche alla gara sprint di oggi, sabato 23 maggio, alla gara di domenica 24 maggio si corre il Gp di Montreal, quinto appuntamento del Mondiale. Si riparte dal dominio del pilota italiano della Mercedes Andrea Kimi Antonelli, che viene dai tre successi di fila centrati in Cina, Giappone e a Miami. Ecco orario, programma e dove vedere le prime sessioni di libere del Gp nordamericano. 

    Ecco il programma del Gp di Montreal oggi, sabato 23 maggio: 

    Ore 18 – F1 gara sprint (23 giri) 

    Ore 22-23 – F1 Qualifiche 

    Il Gp di Montreal verrà trasmesso in diretta su Sky Sport F1 e in streaming su Sky Go e Now. Gli appuntamenti del Gran Premio del Canada saranno visibili anche su TV8, con la Sprint e le qualifiche di oggi in diretta. Anche la gara di domenica (partenza alle 22 ora italiana) sarà in chiaro su TV8, ma in differita (alle ore 23:30). 

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  • Serie A, oggi Lazio-Pisa: orario, probabili formazioni e dove vederla

    Serie A, oggi Lazio-Pisa: orario, probabili formazioni e dove vederla

    (Adnkronos) – La Lazio torna in campo in Serie A. Oggi, sabato 23 maggio, i biancocelesti ospitano il Pisa nell’ultima giornata di campionato. La squadra di Sarri, nona a quota 51 punti, arriva dalla sconfitta dell’ultimo turno nel derby contro la Roma. I toscani, ultimi, sono già retrocessi in Serie B dopo una sola annata. Ecco orario, probabili formazioni e dove vederla in tv e streaming.  

    Ecco le probabili formazioni di Lazio-Pisa, in campo stasera alle 20:45:  

    LAZIO (4-3-3): Furlanetto; Marusic, Gila, Romagnoli, Lu. Pellegrini; Basic, Cataldi, Dele-Bashiru; Cancellieri, Dia, Pedro. All. Sarri 

    PISA (3-5-2): Semper; Calabresi, Albiol, Canestrelli; Leris, Hojholt, Aebischer, Akinsanmiro, Angori; Moreo, Stojilkovic. All. Hiljemark 

    La partita di campionato di oggi tra Lazio e Pisa sarà visibile su Dazn, ma anche su Sky Sport. Sfida visibile anche in streaming su Sky Go, Now e sull’app di Dazn.  

     

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  • Serie A, oggi Bologna-Inter: orario, probabili formazioni e dove vederla

    Serie A, oggi Bologna-Inter: orario, probabili formazioni e dove vederla

    (Adnkronos) – Torna in campo l’Inter, per l’ultima giornata della stagione 2025-26. Oggi, sabato 23 maggio, i campioni d’Italia affrontano il Bologna in trasferta al Dall’Ara. I rossoblù di Vincenzo Italiano (55 punti) sono già certi di chiudere il campionato all’ottavo posto. Ecco orario, probabili formazioni e dove vedere Bologna-Inter in tv e streaming. 

    Ecco le probabili formazioni di Bologna-Inter, in campo alle 18:  

    BOLOGNA (4-3-3): Skorupski; Joao Mario, Helland, Lucumì, Miranda; Ferguson, Freuler, Pobega; Bernardeschi, Castro, Rowe. All. Italiano 

    INTER (3-5-2): J. Martinez; Darmian, Acerbi, Bastoni; Diouf, Frattesi, Zielinski, Mkhitaryan, Dimarco; Esposito, Lautaro Martinez. All. Chivu 

    Bologna-Inter sarà disponibile su Dazn, ma anche su Sky per gli abbonati con Zona Dazn (canale 214). Partita visibile in streaming sull’app di Dazn. 

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  • Giro d’Italia, oggi tappa 14: orario, percorso e dove vederla

    Giro d’Italia, oggi tappa 14: orario, percorso e dove vederla

    (Adnkronos) – Torna il Giro d’Italia con la tappa 14. Oggi, sabato 23 maggio, si corre la quattordicesima frazione della Corsa Rosa, 133 chilometri da Aosta a Pila (Gressan). Si riparte dal successo dell’azzurro Alberto Bettiol a Verbania, in maglia rosa c’è sempre il portoghese Afonso Eulalio (in vantaggio di 33” sul danese Jonas Vingegaard). Ecco orario, percorso e dove vedere la quattordicesima tappa.  

    Il gruppo attraverserà le Alpi della Valle d’Aosta, da sempre teatro di grandi imprese del ciclismo su strada. La tappa si svilupperà su un percorso di 133 chilometri particolarmente impegnativo, caratterizzato da continue salite: i corridori dovranno affrontare cinque Gran Premi della Montagna, di cui tre di prima categoria. Tra questi spicca la salita finale verso Pila, celebre località sciistica. L’arrivo sarà posto a 1.793 metri di altitudine, al termine di un’ascesa inedita dal versante di Gressan: 16,5 chilometri con una pendenza media del 7,1%, destinati a fare grande selezione anche in ottica di classifica generale. 

    La partenza della 14esima tappa del Giro d’Italia 2026 è prevista alle ore 13:05, con l’arrivo che è invece in programma intorno alle 16:58. La gara si potrà seguire in diretta televisiva, in chiaro, sui canali Rai e su quelli Eurosport. In streaming, la corsa sarà disponibile su RaiPlay, Hbo MAX., Dazn, Discovery+ e Prime Video Channels. 

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  • Antrace, vaiolo e virus ‘zombie’: l’indagine sui rischi nascosti nel ghiaccio da migliaia di anni

    Antrace, vaiolo e virus ‘zombie’: l’indagine sui rischi nascosti nel ghiaccio da migliaia di anni

    (Adnkronos) – Ciclicamente si legge di germi conservati nei ghiacci o nel terreno ghiacciato (permafrost) delle zone artiche per migliaia, talvolta perfino milioni di anni, che in laboratorio riacquisiscono la capacità di infettare cellule di vario tipo. “Non c’è da stupirsi: molti virus e batteri si conservano benissimo anche nei freezer dei centri di ricerca, a -80°C, in uno stato di risparmio energetico da cui possono uscire quando la temperatura torna a livelli compatibili con le loro normali attività. Negli ultimi anni il riscaldamento globale, particolarmente marcato nelle zone artiche, sta accelerando la fusione di ghiaccio e permafrost, aumentando le probabilità che si liberino agenti infettivi sconosciuti o dimenticati. Il fenomeno potrebbe essere aggravato dalle perforazioni effettuate per estrarre petrolio e minerali, che potrebbero esporre direttamente i lavoratori a potenziali patogeni annidati in profondità. Tra questi ce ne potrebbero essere alcuni capaci di determinare epidemie, o addirittura una nuova pandemia, in una popolazione globale priva di difese immunitarie specifiche nei loro confronti. Si stima infatti che ogni anno siano liberati dal permafrost 4 sestilioni (cioè, un 4 seguito da 21 zeri) di microbi a livello globale e centinaia di migliaia di tonnellate di batteri solo dallo scioglimento dei ghiacciai dell’emisfero nord. La stragrande maggioranza di loro sono innocui e non riguardano gli esseri umani, ma ne basterebbe uno per mettere di nuovo il mondo in ginocchio. Per questo, gli esperti ritengono che al momento il rischio per la popolazione globale sia da considerare molto basso, ma che la situazione vada tenuta costantemente sotto controllo”. A fare il punto sono gli esperti della piattaforma anti-bufale ‘Dottore ma è vero che…?’ della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).  

     

     

    “L’unico caso documentato di germi ‘venuti dal ghiaccio’ con implicazioni per la salute umana risale al 2016, quando nella penisola di Yamal, nella Siberia nord-occidentale, si verificò un’epidemia di carbonchio che uccise migliaia di renne. L’infezione si estese anche a decine di esseri umani, uccidendo un ragazzo di 12 anni – ricordano gli esperti -. Al momento dell’epidemia del 2016 in Siberia, erano settant’anni che in quella zona non si verificavano contagi e per questo da una decina di anni era stata sospesa la vaccinazione degli animali, ripresa dopo questo episodio. Un tempo frequente, oggi in Europa e in altre parti del mondo si verificano solo casi sporadici di carbonchio (anche detto antrace)”, proseguono i medici.  

    “Il batterio responsabile della malattia, Bacillus anthracis, ha però la capacità di conservarsi per molti anni nel terreno, all’interno di strutture protettive dette endospore. Dopo averle ingerite, un animale (in questo caso la renna) può sviluppare una malattia trasmissibile agli esseri umani. Il fenomeno si attribuì quindi alla liberazione di spore da una carcassa di renna morta nel 1941 e riemersa dai ghiacci o, più genericamente, dal terreno, ammorbidito da un’ondata anomala di caldo estivo. Da allora casi del genere non sono più stati segnalati, ma l’aumento della temperatura del pianeta (che nelle zone artiche procede in maniera ancora più rapida che in altre parti del globo) potrebbe far riaffiorare resti animali o umani contenenti germi capaci di scatenare nuove epidemie, e non solo di antrace”. 

     

     

    “Tra gli agenti infettivi su cui occorre mantenere una sorveglianza più attenta c’è il virus del vaiolo umano (variola virus), dichiarato eradicato dal pianeta nel 1980. Sempre in Siberia (questa volta però scavando in siti archeologici delle zone nord-orientali), frammenti di Dna riconducibili a questo virus sono stati isolati nel 2004 da una mummia che presentava lesioni compatibili con l’infezione – ricostruiscono gli specialisti – Né lì, né altrove a oggi sono state trovate particelle virali intere e potenzialmente infettive, né tanto meno casi di malattia, ma il rischio non deve essere sottovalutato. Esistono scorte di vaccini antivaiolosi, ma la capacità di produrre enormi quantità di vaccino tradizionale in caso di emergenza è al momento limitata, come riferiscono l’Organizzazione mondiale della sanità e un recente rapporto delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine statunitensi. Nel caso, bisognerebbe ricorrere a nuove tecnologie”. 

    “Meno probabili – ritiene la scienza – sono focolai provenienti da virus influenzali, il cui materiale genetico, a Rna, è meno resistente rispetto ai virus a Dna come quello del vaiolo. Tuttavia, sono emersi dai ghiacci anche resti del virus dell’influenza pandemica detta Spagnola. Tra il 1918 e il 1919 il flagello raggiunse ogni angolo della terra, e perfino il villaggio di Brevig Mission in Alaska, con i suoi 80 abitanti, era stato decimato, con 72 decessi. Qui, alla fine degli anni Novanta, è stato riesumato dal permafrost il corpo di una donna inuit morta quasi 80 anni prima, in eccellente stato di conservazione, dai cui polmoni si isolò e sequenziò il genoma del virus. Non si trovarono però particelle di virus intere, in grado di infettare e trasmettersi tra le persone”.  

     

     

    “Qualche volta – rispondono i medici – per suscitare ancora più attenzione da parte del pubblico giocando con la paura, gli scienziati stessi coniano espressioni da film dell’orrore, come la definizione di ‘virus zombie’, attribuita a particelle giganti (rispetto alle normali dimensioni dei virus, naturalmente, ma perfino maggiori di quelle dei comuni batteri) che, dopo 30-45.000 anni di conservazione nel permafrost, hanno dimostrato di poter ancora infettare cellule di ameba. In questo caso, più della dimensione ( irrilevante ai fini di una potenziale virulenza per animali o esseri umani) o dell’antichità delle particelle, preoccupa che un solo gruppo di ricercatori ne abbia trovati di diverse specie in diverse località della Siberia. Se si cercasse di più, quanti ne potremmo trovare? Esistono anche casi in cui la minaccia dei microrganismi emersi dal freddo porta con sé potenziali effetti positivi. Per esempio, i batteri risalenti a circa 5.000 anni fa scovati di recente in fondo a una grotta ghiacciata in Romania si dimostrano resistenti all’azione degli antibiotici e, allo stesso tempo, producono a loro volta sostanze antimicrobiche. Da queste – concludono – si potrebbe partire per studiare nuovi medicinali contro altri microrganismi che non rispondono ai farmaci di cui disponiamo. Da un lato, due delle peggiori minacce del nostro tempo, la crisi climatica e il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, potrebbero quindi potenziarsi tra loro, ma chissà che invece dall’una arrivi un aiuto per affrontare l’altra”.  

     

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  • Iran, Trump: “Guerra finirà presto”. Axios: “Il presidente valuta ultimo grande attacco”

    Iran, Trump: “Guerra finirà presto”. Axios: “Il presidente valuta ultimo grande attacco”

    (Adnkronos) – La guerra contro l’Iran “finirà presto”. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo scandisce nel corso di un comizio a Suffern, ribadendo che Teheran “muore dalla voglia di fare un accordo”: “Vedremo cosa succederà, ma li abbiamo colpiti duramente e non avevamo altra scelta, perché l’Iran non può avere un’arma nucleare, non può averla”. In una giornata in cui si rincorrono news e rumors sui negoziati tra Iran e Usa e sull’annuncio di un accordo che potrebbe arrivare a ore, una notizia arriva a sparigliare le carte. Secondo quanto riferito ad Axios da un funzionario statunitense informato sugli sforzi diplomatici in corso, Trump è sempre più “frustrato” negli ultimi giorni dalla mancanza di sviluppi e dai negoziati “strazianti” in corso con Teheran, e ha sollevato la possibilità di “un’ultima grande operazione militare, dopo la quale potrebbe dichiarare la vittoria e porre fine alla guerra”.  

    Trump ha avuto un incontro con i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale, riferisce Axios che cita due funzionari statunitensi. Il presidente americano sta seriamente considerando di lanciare nuovi attacchi contro l’Iran, salvo una svolta dell’ultimo minuto nei negoziati, secondo fonti che hanno parlato direttamente con lui. Stando alle fonti, al meeting con Trump hanno partecipato anche il vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il direttore della Cia John Ratcliffe, la capo dello staff della Casa Bianca Susie Wiles e altri funzionari. Durante l’incontro, il presidente Usa è stato aggiornato sullo stato dei negoziati e sui diversi scenari possibili nel caso in cui i colloqui fallissero. 

    L’incontro di Trump si è svolto mentre il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, si è recato a Teheran in un apparente tentativo dell’ultimo minuto per colmare le divergenze ed evitare una ripresa della guerra. Anche una delegazione del Qatar è arrivata a Teheran per sostenere gli sforzi di mediazione. Munir dovrebbe incontrare oggi il generale Ahmad Vahidi, comandante dei Guardiani della Rivoluzione e figura chiave nel processo decisionale iraniano. Un funzionario statunitense informato sugli sforzi diplomatici, scrive Axios, ha descritto i negoziati come “estenuanti”. Lo stesso funzionario ha affermato che le bozze “vanno avanti e indietro ogni giorno” senza grandi progressi. 

    In assenza di una svolta diplomatica, Stati Uniti e Israele potrebbero condurre nuovi attacchi congiunti contro l’Iran, riferisce il Wall Street Journal. Secondo fonti citate dal quotidiano, il principale nodo irrisolto riguarda i contenuti dell’intesa preliminare: gli Stati Uniti chiedono limiti al programma nucleare iraniano, mentre Teheran punta soprattutto alla fine delle ostilità e a un alleggerimento delle sanzioni. 

    L’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, citando una fonte vicina al team negoziale iraniano, riferisce che nei colloqui tra Iran e Stati Uniti “sono stati fatti alcuni progressi su alcune questioni rispetto a prima, ma non si raggiungerà alcun accordo finché tutte le questioni controverse non saranno risolte”. 

    La fonte ha inoltre precisato che “l’attenzione è ora sulla questione della fine della guerra e, finché questo punto non sarà definito, nessun altro tema sarà negoziato”. Secondo quanto riferito, “i colloqui e le consultazioni sulle questioni controverse sono ancora in corso e non è stato ancora raggiunto alcun risultato finale”, aggiungendo infine che “i testi pubblicati da alcuni media occidentali sui dettagli dell’intesa non sono accurati”. 

    Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha detto che i colloqui in corso tra Iran e Stati Uniti non sono necessariamente vicini a una conclusione positiva, nonostante la visita a Teheran del capo dell’esercito pakistano. Interpellato sulla missione del capo di Stato Maggiore pakistano, Baghaei ha affermato: “Nonostante diventino più frequenti, questi scambi sono la continuazione dello stesso processo diplomatico. Non possiamo necessariamente dire di essere arrivati a un punto in cui un accordo è vicino”. “Le divergenze tra Iran e Stati Uniti sono così profonde ed estese che non si può dire che si debba necessariamente arrivare a un risultato dopo pochi round di visite o negoziati nell’arco di poche settimane”, ha concluso. 

    Era stata la tv satellitare al-Arabiya a riportare sull’account X in inglese, citando sue fonti, che un annuncio potrebbe arrivare a ore. Questi alcuni dei punti contenuti nella “bozza finale” di un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti: fine delle operazioni militari e della guerra mediatica, cessate il fuoco immediato, totale e senza condizioni su tutti i fronti, garanzie per la libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman.  

    Accettare che l’Iran possa imporre pedaggi per il transito nello Stretto di Hormuz è “semplicemente inaccettabile. Non può accadere. Se ciò dovesse verificarsi nello Stretto di Hormuz, accadrebbe in altri cinque luoghi in tutto il mondo”, ha dichiarato il segretario di Stato americano, Mario Rubio, nel corso di una riunione dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. 

    “Perché mai i Paesi di tutto il mondo non dovrebbero dire: ‘vogliamo farlo anche noi?’. Senza contare quanto quello Stretto sia vitale e cruciale per ogni Paese rappresentato qui oggi, ma francamente, anche per i Paesi non qui rappresentati, in particolare quelli dell’Indo-Pacifico”, ha proseguito Rubio, secondo il quale gli iraniani “stanno cercando, tra l’altro, di convincere l’Oman ad associarsi a loro in questo sistema di pedaggi”. Per il segretario di Stato “non esiste al mondo un Paese che dovrebbe accettare una simile pretesa e non conosco alcun Paese al mondo che si dichiari favorevole a ciò – a eccezione dell’Iran, ovviamente – ma, in ogni caso, non c’è Paese al mondo che dovrebbe accettarlo”. 

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  • Cuba e la campagna di ‘regime change’ di Trump, quali sono i tre possibili scenari

    Cuba e la campagna di ‘regime change’ di Trump, quali sono i tre possibili scenari

    (Adnkronos) – Intervento militare Usa, imposizione di un cambio di leadership, collasso economico. Sono questi i tre possibili scenari, delineati da Bbc, per Cuba, il nuovo fronte delle campagne di “regime change”, dei cambi di regime, di Donald Trump. A far temere che si sia arrivati ad un’accelerazione drastica della pressione sul regime comunista, avviata lo scorso gennaio da Washington con il blocco delle forniture di carburante all’isola, nei giorni scorsi è arrivata l’incriminazione dell’ex presidente Raul Castro da parte del dipartimento di Giustizia, e in concomitanza, forse non casuale, l’annuncio dell’arrivo nei pressi dell’isola del gruppo navale della portaerei Nimitz.  

     

    L’annuncio dell’incriminazione del 94enne fratello di Fidel per omicidio e complotto per uccidere cittadini americani, per l’abbattimento avvenuto nel 1996 di due aerei civili di un’associazione anti-castrista, ha fatto subito pensare alla possibilità che Trump possa usare questo come pretesto per lanciare un blitz per catturare Raul e trasferire l’ultra novantenne in una prigione negli Usa per processarlo.  

    Insomma, una replica del copione usato il 3 gennaio scorso per catturare a Caracas Nicolas Maduro e trasferirlo in prigione a New York e avviare così la transizione al governo della sua ex vice, Delcy Rodriguez, che, pur senza nessuna destabilizzante discontinuità politica, ha adottato una linea di estrema collaborazione e disponibilità verso Washington. E se si guarda indietro nella storia americana, gli Stati Uniti hanno fatto un intervento analogo anche nel 1989, quando, con un’operazione però molto più ampia, Operation Just Cause, invasero Panama per rovesciare e catturare il leader Manuel Noriega. Ad una domanda diretta su una possibile replica all’Avana di quanto fatto a Caracas, Trump non ha voluto rispondere, ma diversi esponenti del Congresso la chiedono a gran voce: “Non dovremmo escludere nulla, la stessa cosa che è successa a Maduro, dovrebbe succedere a Raul Castro”, ha detto il senatore della Florida, Rick Scott.  

    Per analisti ed esperti militari, un’operazione del genere sarebbe possibile, ma sarebbe però piena di rischi e possibili complicazioni, sia legati all’età avanzata di Castro che alla possibile resistenza da parte di cubani, senza contare che la rimozione del leader che ha lasciato la presidenza nel 2018, pur mantenendo una certa influenza, forse non avrebbe un impatto significativo sull’attuale leadership. “In qualche modo la sua cattura sarebbe facile, ha un valore simbolico quindi è ben protetto, ma è sicuramente possibile – ha spiegato alla Bbc Adam Isacson, del Washington Office on Latin America – non credo che avrebbe più molto impatto sulla struttura di potere a Cuba, ha 94 anni, la dinastia del Castro è influente, ma non essenziale a quello che hanno costruito”.  

     

    Anche perché l’obiettivo principale a cui punta l’amministrazione è proprio l’attuale assetto di potere all’Avana, anche qui nella speranza di poter replicare il modello Venezuela, con la sostituzione di Maduro con Rodriguez. In questo quadro si è inserita la storica visita nell’isola del direttore della Cia, John Ratcliffe, che ha incontrato il ministro dell’Interno Lazaro Alvares Casas e Raul Guillermo Rodriguez Castro, il nipote di Castro che da mesi viene indicato come il principale interlocutore dei tentativi di negoziato tra Washington e l’Avana. “Cuba sta chiedendo aiuto e noi parleremo con loro”, aveva scritto su Truth Trump il 12 maggio, qualche giorno prima della missione di Ratcliffe.  

    “Noi dialoghiamo con i cubani ma alla fine devono prendere loro una decisione, il loro sistema semplicemente non funziona”, ha detto ieri Marco Rubio, il segretario di Stato di origine cubana, ribadendo che l’amministrazione preferisce “un accordo negoziato” con l’Avana ad un’azione militare. Un accordo che dovrebbe prevedere l’impegno ad aprire l’economia a investimenti stranieri, il coinvolgimento dei gruppi e interessi dei cubani dell’esilio, insieme all’impegno di mettere fine alla presenza dei servizi di Cina e Russia.  

    Cambiamenti che permetterebbero di mantenere la struttura del governo cubano praticamente intatta, altra similarità con quello viene considerato il modello di successo in Venezuela. “Come volevano evitare l’instabilità in Venezuela, vogliono evitare l’instabilità a Cuba, forzare un cambio di regime sarebbe troppo rischioso”, spiega Michael Shifter, docende della Georgetown University ed ex capo dell’Inter-American Dialogue. 

    Il problema è però che al momento non sembra essere emersa una figura alla Rodriguez a Cuba: “Non credo che esista una Delcy Rodriguez scontata a Cuba, dove il potere opera in modo diverso che in Venezuela. E’ difficile capire cosa stiano cercando, ma non penso che stiano cercando una qualche forma di struttura di governo”.  

     

    Il terzo scenario, infine, è forse il più allarmante, quello che collasso dell’isola sotto l’enorme pressione di mesi di blocco di forniture energetiche, che sta provocando enormi blackout, carenza di beni alimentari e paralizzando il sistema sanitario e dei trasporti. “Sta cadendo a pezzi, è un disastro e hanno praticamente perso il controllo”, ha detto nei giorni scorsi Trump parlando di Cuba. Una visione considerata però troppo semplicistica da alcuni esperti che spiegando come i meccanismi con cui il governo cubano, che da decenni fai conti con l’embargo economico imposto dagli Usa, mantiene il controllo sulla popolazione praticamente intatto anche in tempi di difficoltà economiche. “Bisogna distinguere tra l’economia cubana e lo stato e il governo cubano – argomenta Shifter – l’economia cubana può crollare, e sta crollando, la lo stato continua a funzionare, soprattutto gli apparati di sicurezza”.  

    Senza contare che un collasso economico dell’isola, potrebbe avere come conseguenza l’avvio di un esodo di cubani fuori dal Paese, in primis verso le coste della vicina Florida, creando un cortocircuito ideologico con le politiche anti-immigrazione e di abolizione dell’asilo politico dell’amministrazione Trump che non hanno risparmiato i cubani. “Se ci dovesse essere un collasso, avremmo una larga fetta della popolazione di cubana pronta a fare di tutto per andarsene, la stessa cosa che abbiamo visto da Haiti, la Florida è la più vicina ma mi aspetterei anche che qualcuno andasse in Messico”, afferma Isacson, dicendosi “sorpreso” del fatto che, “con la gente che sopravvive con mille, massimo 1500 calorie al giorno, e nessun accesso a cure di base”, che questo esodo non sia già iniziato.  

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  • Nato, Alleanza accelera su spesa militare al 5%. L’Europa incalzata da Trump cerca il riscatto

    Nato, Alleanza accelera su spesa militare al 5%. L’Europa incalzata da Trump cerca il riscatto

    (Adnkronos) – La Nato accelera sulla spesa militare, gli europei si preparano a un ruolo più autonomo nell’Alleanza e gli Stati Uniti mandano un messaggio chiaro agli alleati: servono più investimenti, più produzione militare e maggiore assunzione di responsabilità strategica, dall’Ucraina allo Stretto di Hormuz. È questo il quadro emerso dalla ministeriale Esteri Nato di Helsingborg, dominata dal tema del riequilibrio interno all’Alleanza dopo le pressioni dell’amministrazione Trump. 

     

    Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha parlato apertamente di un’accelerazione verso l’obiettivo del 5% del Pil per la difesa deciso al vertice dell’Aja. “La buona notizia è che i fondi stanno effettivamente arrivando”, ha detto, spiegando che molti alleati stanno aumentando rapidamente gli investimenti con “decine e nei prossimi anni centinaia di miliardi di euro aggiuntivi”, destinati alla sicurezza. 

    Parallelamente si è alimentato anche il dibattito sulla “europeizzazione” della Nato. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha definito la fase attuale “un’opportunità unica” per rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza, mentre Washington riconsidera la propria presenza militare sul continente. Il tema è stato affrontato direttamente anche da Rutte che, pur accogliendo positivamente la decisione, annunciata dal presidente americano Donald Trump, di inviare 5mila soldati in Polonia, ha sottolineato che la traiettoria resta quella di “un’Europa più forte e una Nato più forte”, meno dipendente dagli Stati Uniti nel lungo periodo.  

    Dietro l’avvento di quella che Rutte ha ribattezzato ‘Nato 3.0’, c’è la forte pressione americana sul vecchio continente. L’ex premier olandese ha osservato che “gli europei hanno recepito il messaggio” di Washington, riferendosi sia alle basi militari europee utilizzate dagli Stati Uniti sia alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. 

    Dal canto suo Rubio ha riconosciuto l’impegno degli alleati, rassicurandoli anche sulla revisione della presenza militare americana in Europa che “non è una misura punitiva”, ma la conseguenza della necessità per Washington di riequilibrare i propri impegni globali. Un messaggio, accompagnato anche da parole al miele, “grato ai nostri grandi alleati che hanno rispettato i loro impegni sulla spesa per la difesa”, ha dichiarato su X al termine della riunione che contrastano con i toni perentori della vigilia, quando aveva ricordato la “delusione” provata da Trump nei confronti degli europei. Rubio ha anche lanciato un allarme sulla capacità industriale dell’Alleanza, rimarcando come oggi “non produca munizioni a un ritmo sufficiente” per sostenere le esigenze future. 

     

    Sulla stessa linea, ma con l’accento posto su un ruolo più forte dell’Europa nell’Alleanza, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha insistito sulla necessità di rafforzare il pilastro europeo della Nato e superare una logica di dipendenza strategica dagli Stati Uniti. “Bisogna far comprendere anche agli americani che noi siamo parte protagonista e non parte assistita. Credo che sia giusto anche concludere la stagione dell’assistenzialismo da parte americana nei confronti dell’Europa”, ha dichiarato Tajani a margine della ministeriale. 

    Tajani ha inoltre lanciato l’idea di un “defence industrial compact” tra gli alleati Nato per rafforzare la cooperazione industriale nel settore della difesa e della sicurezza. Il ministro ha spiegato che il tema è stato affrontato nella riunione ristretta con i Paesi dell’E5 insieme a Turchia, Paesi Bassi e Svezia, in preparazione del vertice di Ankara, dove è attesa anche la partecipazione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. 

    Ampio spazio, infine, anche al dossier ucraino. Rutte ha insistito sulla necessità di garantire a Kiev tutto il necessario per sostenere lo sforzo bellico e ha chiesto una distribuzione “più equa” degli aiuti tra gli alleati, osservando che “oggi sono solo sei o sette Paesi a sostenere il peso maggiore”. 

    Da parte italiana, Tajani ha ribadito il sostegno all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, pur sottolineando la necessità di “preparare il terreno” attraverso riforme e misure anticorruzione, commentando la proposta di una “membership light” di Kiev. “L’obiettivo finale è vedere l’Ucraina diventare membro effettivo dell’Unione Europea, insieme ai Balcani occidentali. Questo aspetto è per noi di fondamentale importanza”, ha scandito il ministro. (Dall’inviato Piero Spinucci) 

     

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  • Roland Garros al via, caldo record a Parigi: i big vogliono giocare di sera

    Roland Garros al via, caldo record a Parigi: i big vogliono giocare di sera

    (Adnkronos) –
    Il Roland Garros 2026 comincia e il caldo record scende in campo a Parigi. Domani, 24 maggio, si apre lo Slam nella capitale francese. Si parte con il primo turno del singolare maschile e femminile in un programma fitto sul Campo Philippe Chatrier, sul Suzanne Lenglen e sui campi periferici. Si comincia a giocare alle 12 sul Centrale e alle 11 nel resto del Roland Garros, con un protagonista annunciato: il sole. 

    Le previsioni meteo, nei prossimi giorni, promettono un anticipo d’estate con temperature massime oltre i 30 gradi: un record per la Francia nel mese di maggio. Lunedì 25, martedì 26 e mercoledì 27 maggio – in particolare – si candidano per diventare le giornate più calde mai osservate nel paese nel mese in corso. Al Roland Garros, i due campi principale – Philippe Chatrier e Suzanne Lenglen – sono dotati di tetto mobile che si chiude in 15 minuti e consente di giocare anche in caso di pioggia. Nei match serali, la trasformazione dei campi in ‘indoor’ consente di giocare fino a tarda ora in condizioni stabili. E proprio l’orario serale potrebbe diventare il più ambito nelle prossime giornate caratterizzate da temperature roventi. L’Atp, che non organizza i tornei dello Slam, ha varato nuove norme per tutelare la salute dei giocatori: cooling break di 10 minuti se la temperatura supera i 30 gradi, ipotesi di sospensione se sale oltre i 32. 

    Domenica, con l’inizio del torneo, l”onore’ di disputare il match serale spetta a Novak Djokovic. Il serbo, testa di serie numero 3, scenderà in campo non prima delle 20.15 contro il francese Giovanni Mpetshi Perricard. A quell’ora, il termometro potrebbe segnare ancora 26-27 gradi. Tanti, ma comunque meno rispetto ai 31-32 che rischia di trovare il tedesco Alex Zverev, testa di serie numero 2, che debutterà nel secondo incontro – presumibilmente verso le 13.30-14 – affrontando il francese Benjamin Bonzi. 

    Il caldo accompagnerà domani i primi azzurri che debutteranno: Mattia Bellucci, Lorenzo Sonego, Lucia Bronzetti, Federico Cinà. In assenza di improbabili ribaltoni meteo, anche Jannik Sinner troverà le stesse condizioni quando – probabilmente martedì – dovrà affrontare il francese Clement Tabur. E’ ipotizzabile che al numero 1 del mondo venga riservato il ‘trattamento Djokovic’: l’azzurro potrebbe debuttare in notturna, quando a Parigi fa (un po’) meno caldo. L’azzurro in passato ha accusato problemi fisici su campi roventi. In particolare, ad agosto dello scorso anno, è stato costretto a ritirarsi dalla finale del Masters 1000 di Cincinnati: nell’atto conclusivo del torneo in Ohio, il 24enne si è dovuto arrendere per un virus intestinale dopo una serie di match giocati in condizioni estreme. 

     

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