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L’ideologo trumpiano: “La Cina deve provare più dolore. Meloni? Grande rispetto”

viviana miccolis
Last updated: Maggio 13, 2026 12:29 pm
viviana miccolis

(Adnkronos) – Quando Kevin Roberts parla, Washington ascolta. Presidente della Heritage Foundation (il think tank che da Reagan a Trump ha fornito l’architettura intellettuale al conservatorismo americano), Roberts è a Roma, dove ha incontrato il ministro Urso e ha presentato l’edizione italiana del suo libro Riprendere Washington per salvare l’America (Giubilei Regnani), con la prefazione del vicepresidente JD Vance. A margine di una conversazione con l’editore Francesco Giubilei e Mario Enzler nella sede di Confedilizia guidata da Giorgio Spaziani Testa, l’Adnkronos lo ha incontrato. 

Storico di formazione, dottorato all’Università del Texas, cresciuto in una famiglia cajun di umili origini in Louisiana (“i miei nonni mi hanno salvato”, dice, con un’eco biografica che condivide con Vance), Roberts è l’uomo che ha trasformato il trumpismo da fenomeno personale in ideologia strutturata. Il suo strumento principale: il Project 2025, un manuale di 922 pagine demonizzato da buona parte della stampa e diventato, proprio per questo, un caso globale. “Se i media di sinistra avessero detto che era una cosa meravigliosa, avremmo dovuto chiudere i battenti”, gongola. Il bilancio, a detta di Roberts: 1.055 delle 1.913 raccomandazioni contenute nel documento sono già state adottate dall’amministrazione Trump. USAID smantellato, Dipartimento dell’Istruzione in via di liquidazione, deregolamentazione energetica. “Il merito va all’amministrazione, non a noi”, precisa. “Ma il lavoro procede”. 

Il libro è un manifesto per quello che Roberts chiama il “Nuovo Movimento Conservatore”. La tesi centrale: l’America è stata catturata da un Uniparty, un blocco trasversale di élite politiche, burocratiche, mediatiche e aziendali che governa nell’interesse proprio e non del popolo. Per sconfiggerla non bastano le riforme graduali: serve un’offensiva culturale, economica e istituzionale. Roberts invoca Enea (l’eroe virgiliano che porta sulle spalle il padre e per mano il figlio, custodendo il fuoco della tradizione mentre fonda una nuova civiltà) come archetipo del conservatore che non ha nostalgia, ma costruisce. Contro il “Partito della Distruzione”, ispirato alla Scuola di Francoforte, propone un “Partito della Creazione” fondato su famiglia, fede, comunità, lavoro e nazione. 

Trump incontra Xi Jinping. Lei che considera la Cina comunista la principale minaccia del XXI secolo, come valuta questo viaggio?
 

“Con ottimismo cauto. Il presidente ha già fatto qualcosa di fondamentale: ha convinto la destra americana che una trasformazione della Cina in una democrazia attraverso il libero mercato era un’illusione. Xi e il Partito Comunista ci stavano già superando. Sui dazi, sosteniamo il regime tariffario del presidente, ma riteniamo che non sia stato abbastanza punitivo. Pechino dovrebbe sentire più dolore. Speriamo che il presidente entri in quella stanza con fermezza”. 

Ha detto che oltre mille vostre proposte sono già diventate provvedimenti. In quali campi invece il vostro programma non riesce ad attecchire?
 

“Sul fronte sociale (la regolamentazione dei farmaci abortivi, la questione dell’IVF) siamo ancora in attesa. E poi, lo ripeto, sulla Cina: il reset filosofico è stato eccellente, quello sul piano della sicurezza e del commercio non ancora abbastanza duro”. 

JD Vance ha scritto la sua prefazione. Marco Rubio era qui qualche giorno fa per incontrare il Papa e il governo italiano. Chi è il favorito per il 2028?
 

“Sono un grande ammiratore di entrambi. Penso che Vance sia ancora il favorito. Rubio ha detto che non si candida se lo fa il vicepresidente. Ma la cosa certa è questa: chiunque sarà il candidato repubblicano, fonderà conservatorismo, populismo e nazionalismo. Non si torna indietro”. 

Secondo Roberts, questo principio vale anche per l’Europa. Alla conferenza con Giubilei, il presidente di Heritage è stato netto su Giorgia Meloni: “La rispettiamo profondamente, è una delle leader più importanti del mondo. Ma non è corretto che la stampa italiana scriva che è supina a Trump: è giornalismo spazzatura. Trump e Meloni condividono una visione, ma sono leader indipendenti”. Insomma nonostante le distanze delle ultime settimane, il rapporto tra Melonni e i trumpiani resta buono, anche se Roberts quando deve fare l’esempio di due “ottimi alleati” cita Israele e Giappone, lanciandosi in grandi encomi della premier Sanae Takaichi. 

Sul futuro della Nato e della presenza americana in Europa, il messaggio è chiaro: “Il conservatorismo americano non tornerà a quello che era nell’era Reagan-Bush. Nessun futuro presidente dirà agli europei di preoccuparsi solo dell’economia e di lasciare a noi il compito della sicurezza. Siamo all’inizio di una stagione lunga. Investite nella difesa, rendete evidente il vostro contributo. E, lo dico ai conservatori europei, comportatevi come chi sta vincendo, perché state vincendo. Puntate tutto sulla migrazione, che è la vera questione che sta a cuore agli elettori. Basta politica delle porte aperte”. 

Sul tema della cultura woke, Roberts usa una metafora sportiva: “In America siamo alla terza base. I progressi politici ci sono stati. Ma per segnare il punto dobbiamo ancora fare lavoro nelle istituzioni: università, scuole, media. La guerra non è finita”. E sul confronto tra Trump e Papa Leone XIV la risposta è quella di un cattolico che non rinuncia alla schiettezza: “Ho detto pubblicamente che quel post era di cattivo gusto. Ma conosco Trump: è un uomo che rispetta profondamente la fede. Hanno bisogno di costruire una relazione, come Reagan e Giovanni Paolo II”. (di Giorgio Rutelli)
 

 

 

 

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