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mediasud > Blog > Ultim’ora > Il paziente zero, i primi test e i centinaia di casi sospetti: così è esplosa l’epidemia di Ebola
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Il paziente zero, i primi test e i centinaia di casi sospetti: così è esplosa l’epidemia di Ebola

admin
Last updated: Maggio 20, 2026 7:29 am
admin
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(Adnkronos) – “Mi trovo in Ituri”, Repubblica Democratica del Congo (Rdc), “dal 12 maggio con i miei colleghi. Il governo della Rdc ha dichiarato” l’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo “il 15 maggio, a seguito della conferma di 8 casi in questa provincia di Ituri. Sto lavorando a stretto contatto con le autorità provinciali nelle indagini che hanno portato a questa conferma. La situazione è profondamente preoccupante. Questa specie di Ebola è una di quelle per cui non esiste un vaccino o una cura autorizzati, sebbene le cure di supporto siano salvavita”. E il focolaio “si sta verificando in un contesto epidemiologico, operativo e umanitario estremamente complesso, caratterizzato da insicurezza, sfollamento della popolazione e dalla presenza sia di aree densamente popolate che di zone remote. Vi è una notevole incertezza sul numero di contagi e su quanto si è diffuso il virus”. A tracciare il quadro è Anne Ancia, rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella Repubblica Democratica del Congo, il Paese dal quale è scattato l’alert sul focolaio di Ebola che oggi ha già fatto registrare casi anche nel vicino Uganda (2 di cui 1 morto).  

L’esperta, parlando in videocollegamento con Ginevra durante un briefing, ha fornito un aggiornamento della situazione e ricostruito i primi momenti dell’epidemia, mentre si continua a ricostruire la catena di contagi nel tentativo di identificare con certezza il ‘paziente zero’ – per capire come si sia arrivati oggi a centinaia di casi sospetti – e mentre si lavora senza sosta sia per fermare la trasmissione, sia per avere un’idea più precisa di quando saranno disponibili eventuali armi da utilizzare, come un vaccino. Quest’ultimo però, come ha spiegato, potrebbe essere disponibile tra diversi mesi. E per allora probabilmente l’epidemia non sarà finita. “Ad oggi abbiamo più di 500 casi sospetti, tra cui 130 decessi sospetti segnalati dalle autorità sanitarie – ha riepilogato Ancia – e finora 30 casi sono stati confermati nel Paese. L’epidemia ora interessa 10 zone sanitarie nella provincia di Ituri. Ha raggiunto anche il Nord Kivu con casi confermati a Butembo e a Goma. E anche l’Uganda ha confermato 2 casi importati”.  

 

Cosa si sa finora sull’inizio dell’epidemia? “Non credo che al momento abbiamo il paziente zero”, ha osservato Ancia. “Quello che sappiamo per ora è che il 5 maggio c’è stata una persona che è morta a Bunia. Il corpo è stato riportato a Mongbwalu e messo in una bara. Poi la famiglia ha pensato che la bara non fosse degna. E quindi hanno cambiato la bara. Poi c’è stato il funerale ed è da lì che è iniziato tutto”, ha ricostruito. Ma permangono incertezze su come e dove sia iniziata esattamente l’epidemia. L’individuazione dei primi casi, secondo le prime ricostruzioni, è stata rallentata dal fatto che i test locali a Bunia hanno dato esito negativo per il ceppo Zaire di Ebola. L’ampia gamma di sintomi – febbre, affaticamento, diarrea e vomito – ha ulteriormente complicato i tentativi di formulare una diagnosi rapida, con l’ulteriore difficoltà che i sanguinamenti, anch’essi associati alla malattia, non sono iniziati prima del quinto giorno dall’infezione, è stato spiegato. Alla fine, solo grazie ai test effettuati a Kinshasa è stata finalmente accertata la presenza del virus Bundibugyo.  

 

 

Quel che è certo è che non ci sono al momento vaccini o terapie approvate per il virus Bundibugyo. “A livello internazionale – ha evidenziato Ancia – stiamo valutando quali vaccini o trattamenti potenziali siano disponibili e se qualcuno di essi possa essere utilizzato in questa epidemia. Il Gruppo consultivo tecnico dell’Oms si è riunito ieri per fornire ulteriori raccomandazioni su quali potenziali vaccini dovrebbero essere prioritari. Ervebo”, un vaccino contro il virus Ebola Zaire, “è uno dei potenziali vaccini che si spera di poter portare per offrire ulteriore prevenzione e protezione alle comunità locali. Ma da quello che so, stando a quanto riportato dall’Oms, ci vorranno circa 2 mesi prima che sia disponibile”. E “non credo che in 2 mesi avremo finito con questa epidemia”, ha dichiarato ai giornalisti. 

 

 

Il ricordo dei precedenti focolai di Ebola è nitido. L’epidemia più recente del virus Ebola Zaire nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa nel dicembre 2025, e il trauma della grave epidemia che ha colpito il Nord Kivu e l’Ituri nel 2018-19 persiste nella popolazione. La chiave per contenere la trasmissione resta il lavoro che si può fare dal basso all’interno delle comunità per sensibilizzare, combattere la disinformazione e garantire il rispetto delle misure sanitarie, soprattutto in occasione dei funerali. “Se usiamo misure coercitive e la popolazione non è d’accordo – ha avvertito Ancia – vedremo dei cadaveri scomparire, vedremo casi sospetti che si rifiuteranno di andare in ospedale e nelle strutture sanitarie. Quindi vi posso assicurare che stiamo lavorando sodo, fin da domenica, da quando sono arrivate le squadre, abbiamo iniziato a collaborare con le chiese, con le scuole, con i leader della comunità, per ottenere questa mobilitazione”.  

Perché, è il messaggio dell’esperta riportato in una nota, “solo quando la comunità comprende i rischi e può collaborare con le misure di risposta tali epidemie possono essere tenute sotto controllo. Stiamo lavorando a stretto contatto con il governo, i leader locali e altri partner per ascoltare le comunità e collaborare con loro. Stiamo lavorando per mappare e colmare le lacune: stiamo supportando l’ampliamento della sorveglianza, del tracciamento dei contatti, dei test, dell’assistenza clinica e della preparazione transfrontaliera. Abbiamo inviato esperti sul campo insieme al personale nazionale di pronto intervento e abbiamo inviato 12 tonnellate di rifornimenti, inclusi dispositivi di protezione individuale (Dpi) per gli operatori sanitari in prima linea, da Kinshasa e Nairobi. Stiamo collaborando con partner come le ong Alima e Msf per allestire centri di trattamento ed estendere l’assistenza nelle aree colpite. Quello che vedo qui è una collaborazione tra persone, pur affrontando una grande incertezza circa la portata e l’estensione di questa epidemia”. 

—

salute

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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