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mediasud > Blog > Ultim’ora > Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2
Ultim’ora

Linfoma Hodgkin refrattario, nuova terapia mirata efficace in 1 paziente su 2

viviana miccolis
Last updated: Luglio 4, 2026 4:56 am
viviana miccolis
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(Adnkronos) – L’Italia è protagonista nel mondo nella ricerca nel linfoma di Hodgkin. Lo studio internazionale di fase 1 ‘Primavera’, presentato oggi al Congresso dell’American society of clinical oncology (Asco), in corso a Chicago, ha dimostrato che una nuova terapia mirata, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, determinando, alle dosi più elevate, risposte complete in una percentuale significativa, pari al 35%, con un buon profilo di sicurezza. Un risultato molto importante, raggiunto senza ricorrere alla chemioterapia e in persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Lo studio, promosso da AstraZeneca, è presentato all’Asco da un ricercatore italiano, Enrico Derenzini, direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e associato di Ematologia alla Statale di Milano. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani: Ieo e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna. 

“Lo studio ‘Primavera’ apre nuove vie della ricerca e si basa su un razionale biologico molto forte – spiega Derenzini -. La molecola AZD3470 agisce con un meccanismo epigenetico, cioè modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina Mtap, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, Mta, che inibisce l’attività di un altro enzima, Prmt5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina Prmt5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione”.  

Nello studio Primavera sono stati coinvolti 68 pazienti. “Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati – sottolinea Derenzini -. Nello studio Primavera, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”. 

 

L’AZD3470 – informa una nota – “è un nuovo farmaco orale molto selettivo, un inibitore di Prmt5 di seconda generazione caratterizzato da elevata tollerabilità, che è in grado di indurre risposte complete in una frazione significativa di pazienti, cioè l’assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche”. Si tratta di “risultati straordinari – sottolinea Derenzini – se si considera che parliamo di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”. 

“Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1”, spiega Gennaro Daniele, segretario di Fondazione Aiom e direttore Programma e Uoc di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs. “Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale. Lo studio Primavera dimostra che l’Italia ha un potenziale enorme in questo tipo di sperimentazioni e, se ci fossero politiche per sostenerle, potremmo essere sempre più protagonisti della ricerca mondiale”.  

“Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori – continua Gennaro Daniele –. Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione. Lo scopo della fase 1 è verificare, per la prima volta nell’uomo, se una terapia sia sicura. Queste sperimentazioni hanno assunto sempre più anche un ruolo terapeutico, consentendo in alcuni casi la disponibilità di cure innovative. Per questo motivo, è fondamentale agire a livello regolatorio per garantire la rapida approvazione degli studi e fornire ai pazienti l’opportunità di accedere in maniera precoce a trattamenti innovativi”. 

—

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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