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  • Elettricisti, muratori, saldatori, idraulici e manutentori: i 10 lavoratori introvabili

    Elettricisti, muratori, saldatori, idraulici e manutentori: i 10 lavoratori introvabili

    (Adnkronos) –
    Cercasi idraulici (e non solo) disperatamente: non è un problema solo della casalinga di Voghera ma anche delle grandi aziende. Anche quest’anno la lista degli ‘introvabili’ sul mercato del lavoro, ovvero di quelle figure professionali di difficile reperimento, è infatti colma di profili tecnico-pratici. Lo conferma l’edizione 2026 dell’Osservatorio tematico realizzato dal Centro Nazionale Orientamento di Elis, ente di formazione e consorzio di aziende, che in questa duplice veste gode di un punto di vista privilegiato, riunendo intorno a sé oltre 130 soggetti, tra grandi Gruppi, Pmi, Università e Centri di ricerca, concentrati soprattutto nei settori digitale, energia, grandi opere, finanza e trasporti. 

    Sono proprio le stesse aziende a constatare che trovare addetti come autisti di mezzi pubblici, manutentori, impiantisti elettrici e idraulici, saldatori sia attualmente una missione spesso complicatissima. Rispetto all’edizione 2025, sembra invece che la carestia di camerieri, addetti al retail, tecnici per impianti fotovoltaici e fibra ottica stia, nel frattempo, gradualmente rientrando, consentendo a questi mestieri di uscire dalla top 10 dei più introvabili (per le aziende). Sono dati che, in ogni caso, non stupiscono, visto che lo stesso Cno, sempre insieme a Skuola.net, solo qualche settimana fa aveva confermato un trend noto da tempo: quasi uno studente delle superiori su due (il 48,9%) scarta a prescindere l’idea di svolgere un mestiere tecnico-pratico, un dato peraltro in aumento di quasi il 20% rispetto allo scorso anno.  

    Ma quali sono queste famose professioni per cui le aziende faticano a trovare candidati? Ecco la classifica elaborata da Elis, in ordine di vacancy, ovvero la quantità di posti mancanti stimati:  

    1. Operaio edile (inclusi carpentieri, escavatoristi, ecc.). La medaglia d’oro degli introvabili va a chi materialmente costruisce le nostre città e tiene in piedi le nostre case. Senza gli operatori del cantiere, i grandi progetti infrastrutturali rischiano di restare bloccati sulla carta.  

    2. Manutentore industriale. Le fabbriche italiane, in alcuni settori vero e proprio fiore all’occhiello nel mondo, hanno costantemente bisogno di mani esperte per evitare il fermo macchine. Eppure, la carenza di questi profili tecnici, chiamati a riparare e supervisionare le linee di produzione sul lungo periodo, potrebbe presto mettere in seria difficoltà l’intero comparto manifatturiero.  

    3. Impiantista elettrico/elettricista. Dalle abitazioni private ai grandi capannoni industriali, l’energia deve scorrere in totale sicurezza. Peccato che gli esperti che installano, aggiornano e riparano questi impianti complessi siano diventati una vera e propria rarità sul mercato del lavoro. 

    4. Saldatore. L’unione di componenti metalliche richiede precisione assoluta e competenze non indifferenti. Se i robot hanno imparato a farlo benissimo in fabbrica su oggetti di dimensioni contenute, ci sono settori in cui questo è letteralmente impossibile: cantieri marittimi, edilizia e grande industria. Anche in un Paese altamente tecnologico come gli Stati Uniti ha fatto scalpore la storia di una scuola professionale per saldatori che, al primo impiego, assicura ai suoi diplomati uno stipendio uguale, o persino superiore, a quello di un laureato al college. 

    5. Meccanico specializzato. Riparare veicoli o macchinari complessi non è più ‘solo’ un lavoro manuale, ma un’attività che fonde meccanica e alta tecnologia, in campo elettrico ed elettronico. In una parola: meccatronica. Le aziende del settore automotive e dell’industria di precisione sono alla continua ricerca di queste figure. Che, purtroppo, sono altrettanto costantemente scarse in termini numerici.  

    6. Impiantista idraulico. Quando si parla di idraulica, oggi, non ci si riferisce più solo alla riparazione di tubature domestiche. Spesso, infatti, si tratta di dover gestire complessi sistemi termoidraulici, vitali per la transizione ecologica e l’efficientamento energetico degli edifici e delle aziende. Un settore, dunque, in fortissima espansione che però denuncia un vuoto di decine di migliaia di addetti qualificati.  

    7. Tecnico di automazione.I robot e le linee automatizzate dominano l’Industria 4.0, ma per controllarli servono esseri umani preparatissimi. Questo specialista ibrido, che si muove con disinvoltura tra informatica, elettronica e meccanica, è attualmente tra i più contesi dai ‘cacciatori di teste’. 

    8. Programmatore Cnc. Tradurre un disegno al computer in istruzioni digitali per un macchinario di altissima precisione: è questo il ruolo essenziale dei programmatori a controllo numerico (Cnc). Un mestiere che unisce sapientemente intelligenza digitale e cuore manifatturiero. Peccato che sia ancora molto snobbato dai più giovani, che invece potrebbero avere una predisposizione naturale per svolgerlo.  

    9. Tecnico di laboratorio controllo qualità. Il ‘Made in Italy’ si basa sull’eccellenza, e sono proprio questi specialisti a certificarla. Senza professionisti attenti ai dettagli, che testano e garantiscono gli standard qualitativi delle produzioni, le filiere rischiano di subire pericolose battute d’arresto. Il problema è che sul mercato ce ne sono molti meno di quanti ne servirebbero.  

    10. Autista di mezzi pubblici. La mobilità sostenibile (non solo dal punto di vista ecologico) nelle nostre città dipende, anche e soprattutto, dagli addetti al trasporto pubblico: conducenti di autobus, tram e metro. Una professione che è sempre a contatto con i cittadini e fondamentale per la vita urbana, ma che fatica enormemente a trovare un adeguato ricambio generazionale. Ormai da anni. E attenzione, la guida autonoma in contesti complessi e imprevedibili come le nostre città è ancora al di là da venire.  

    Quelle appena descritte sono figure professionali che mancano non solo in alcuni specifici contesti. Si tratta di carenze sistemiche e strutturali. L’analisi di Cno e Skuola.net mette, infatti, insieme il fabbisogno espresso dalle 103 imprese del Consorzio Elis e da altre aziende partner dell’organizzazione, incrociandolo con i dati di alcune grandi agenzie del lavoro che aderiscono al Consorzio, tra cui Gi Group, Manpower, Orienta, Randstad, Umana. A questi si aggiungono le statistiche fornite dalla Piattaforma Siisl del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e i risultati degli studi periodici di Unioncamere e Confcommercio. Si tratta, quindi, di una rosa di opportunità di lavoro che non sono legate a mode passeggere o comparti specifici ma che, anzi, garantiscono una certa longevità. Al contrario di alcune professioni teorico-culturali, che restano le preferite dei giovani ma che saranno profondamente ‘toccate’, in termini di fabbisogni occupazionali, dalla diffusione dell’AI.  

    “Le proiezioni di Anthropic, tra i big dell’Intelligenza Artificiale, prevedono un impatto estremamente ridotto dell’IA soprattutto sui mestieri tecnici, che sono peraltro estremamente richiesti dal mercato – osserva Pietro Cum, amministratore delegato Elis –. Un motivo in più per riscoprire queste professioni, considerate troppo spesso una scelta di ripiego, quando invece sono indispensabili al Paese e di grande soddisfazione, anche economica, per chi le svolge”. 

     

     

     

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    cronaca

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  • Draghi, il ‘federalismo pragmatico’ e la scossa ai leader Ue: “Serve coraggio”

    Draghi, il ‘federalismo pragmatico’ e la scossa ai leader Ue: “Serve coraggio”

    (Adnkronos) – L’ex premier ed ex presidente della Bce, Mario Draghi, oggi al Premio Carlo Magno 2026 ha analizzato nel suo discorso le sfide dell’Europa: choc esterni, dipendenze e frammentazione. E lo ha fatto proponendo integrazione, autonomia e ‘federalismo pragmatico’. Ecco il testo integrale del discorso pronunciato alla Cerimonia di conferimento del Premio internazionale della città di Aquisgrana 2026. 

     

     

    “Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende”. 

    “Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni. Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”. 

    “Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia. In un mondo di partnership in evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata”. 

    “Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri. Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative. I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri”. 

    “Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali. La prima era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole. La seconda era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili sul potere e sulla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi. Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. E man mano che vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al cuore del progetto europeo. Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo. All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione. C’è dell’ironia in tutto questo”.  

    “L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare. La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso. Gli uni e l’altra restano molto meno esposti al commercio. La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo. La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Anche gli Stati Uniti hanno le loro esposizioni, anche in materia di minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di un ordine diverso. Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe più liberamente attraverso i confini, supportata da reti, interconnettori e stoccaggi. La decarbonizzazione sarebbe più alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori”. 

    “Ma l’Europa ha scelto un percorso più difensivo. Abbiamo cercato di tenere a bada le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, vincolato il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza. Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di Gnl. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi. La terza debolezza, e forse la più importante, è il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio”. 

    “Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli Usa”. 

    “L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario. Gli scenari dell’Ocse suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica. Ma l’Ia non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo. Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi. L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede. Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente. Tutte e tre le conseguenze rimandano alla stessa fonte. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala”. 

    “La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa, stanno emergendo risposte diverse. Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole. L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest’ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro PIL ammonterebbe a meno dello 0,5%. Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione”. 

    “Per altri, la risposta è reintrodurre nei mercati uno Stato strategico. In tutta Europa, c’è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero. Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di un campo di gioco livellato a livello globale. L’Europa deve navigare dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Non possiamo permetterci la rigidità ideologica. Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico. Pensiamo a cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale più assertiva. Le ritorsioni invitano controritorsioni, costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata ad assorbire. Stiamo già assistendo agli effetti dei dazi americani: dal Liberation Day, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%. Eppure, quando guardiamo dall’altra parte dell’Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita dalle perturbazioni che essa stessa contribuisce a creare. Nonostante le crescenti tensioni commerciali, l’inflazione e il conflitto in Medio Oriente, il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per gli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle dell’Europa”. 

    “La lezione è che la durezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente per profondità di integrazione. La ricerca della Bce suggerisce che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto da chi oggi fa registrare le performance migliori, i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l’impatto sulla crescita previsto da dazi americani più elevati. ‘Made in Europe’ dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero”. 

    “La politica industriale affronta una versione diversa dello stesso problema. Se gli Stati membri dell’Europa tenteranno una politica industriale su larga scala nell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Spenderanno in modo inefficiente, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi a vicenda. Studi del Fmi rilevano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita in altri, con esternalità negative che erodono i guadagni originali in appena due anni. La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è l’unico modo per ridurre queste distorsioni. Un’economia europea davvero integrata cambierebbe di per sé il campo su cui opera la politica industriale. Anche se gli aiuti di Stato fossero ancora concessi entro i confini nazionali, i loro beneficiari sarebbero sempre più spesso imprese già testate in tutta Europa. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere operatori nazionali protetti, e più probabilità di essere imprese di scala europea che competono là dove il capitale, l’energia, le competenze e le catene di approvvigionamento sono più forti. A differenza dei fallimenti degli anni ’70, è così che i veri campioni europei hanno più probabilità di emergere: esposti alla concorrenza continentale e supportati da una strategia politica a livello europeo. Questo a sua volta darebbe ai governi segnali più chiari su dove si trovano i veri punti di forza competitivi dell’Europa. Il denaro pubblico avrebbe meno probabilità di sostenere imprese senza prospettive di crescita, e più probabilità di rafforzare le capacità di cui l’Europa ha davvero bisogno. L’intervento potrebbe diventare più mirato, meno costoso e più efficace”. 

    “Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione. Ecco perché il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra. Ma quanto più l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più è difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato. L’Europa non può rimpatriare da sola ogni tecnologia critica. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner fidati: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti rimarranno centrali in questo sforzo. Il Memorandum d’intesa Ue-Usa sui minerali critici ne è un primo esempio. Eppure il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation”. 

    “Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque. Ciò che ci frena è la sicurezza. Un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza in cui la dipendenza in materia di sicurezza può estendersi a ogni altra negoziazione: commerciale, tecnologica, energetica. Ecco perché il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e con quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche. Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. Un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica. Per l’Europa stessa, l’opportunità è sostanziale. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l’anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate. Ma importanti cambiamenti sono già in corso”. 

    “L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata. E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno. I paesi stanno ordinando le stesse attrezzature perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina. La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca. Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda”. 

    “Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia. Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce più in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente. L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando. Molto dipenderà da chi si unirà a questo sforzo comune. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco, da ciò che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, l’Europa ha potuto lasciare questa domanda in parte senza risposta. Ora dobbiamo rispondervi noi stessi”. 

    “I primi segni si iniziano già a vedere. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di stare al fianco di una nazione che combatte per la propria libertà, e ha mantenuto quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa ha tenuto testa al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di avere. Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola. Ma la pressione per il cambiamento viene ora da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere. C’è un’unità di diagnosi che è autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta già agendo. Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova. Questo riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché dà agli europei una ragione per agire. E i cittadini hanno già chiara la direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci intervistati dall’Eurobarometro vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti vogliono che abbia più risorse per affrontare le sfide future”. 

    “Ma quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo. Né stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge e li responsabilizza, in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto. Il punto è come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla. La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finché il risultato non assomiglia più a quel che era stato previsto. Il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. E un’UE che rivendica responsabilità ma delude ripetutamente entra in un ciclo da cui non riesce a uscire: la debolezza nella realizzazione erode la legittimità, e la debolezza della legittimità rende la realizzazione ancora più difficile.Dobbiamo spezzare questo ciclo”. 

    “I paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico. La sua virtù è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori”. 

    “L’euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un’autorità vera. Quando l’impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile. È questo che rende duraturi gli impegni europei. Non le parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell’agire insieme, dell’essere messi alla prova insieme e dello scoprire attraverso il successo che la solidarietà può funzionare. Il nostro compito ora è creare di nuovo quella stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”. 

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    economia

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  • Farmaci, oncologo Ghia: “Pirtobrutinib amplia cure leucemia linfatica cronica già trattata”

    Farmaci, oncologo Ghia: “Pirtobrutinib amplia cure leucemia linfatica cronica già trattata”

    (Adnkronos) – “È una nuova opzione terapeutica importante nei pazienti con leucemia linfatica cronica (Llc) che hanno avuto una ricaduta dopo terapie di prima o seconda linea perché amplia ulteriormente le possibilità di trattamento quando le strategie precedenti non sono più efficaci”. Così commenta Paolo Ghia, professore ordinario di Oncologia medica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano commenta il via libera dell’Aifa-Agenzia italiana del farmaco al rimborso per pirtobrutinib per i pazienti adulti con Llc recidivante o refrattaria “precedentemente trattati con un inibitore covalente di Btk (tirosina chinasi di Bruton)”. 

    La leucemia linfatica cronica “è la forma di leucemia più frequente nei Paesi occidentali – spiega l’esperto – È stata una delle prime neoplasie in cui la chemioterapia è stata progressivamente sostituita da terapie innovative, biologiche, in particolare dagli inibitori di Btk e dagli inibitori di Bcl2. 

    Anche pirtobrutinib è un inibitore della Btk, “ma con una caratteristica fondamentale che lo distingue dagli altri – chiarisce Ghia – È un inibitore non covalente. Questo significa che non si lega in modo permanente alla proteina bersaglio, ma si attacca e si stacca in maniera dinamica e continua. Questo meccanismo gli consente di mantenere comunque un’inibizione efficace e prolungata nel tempo della Btk. Il suo principale valore innovativo – rimarca – è proprio questo: la capacità di funzionare anche nei pazienti già esposti in precedenza ad altri inibitori di Btk e che hanno sviluppato mutazioni della proteina tali da ridurre o impedire l’azione dei farmaci precedenti”. 

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    cronaca

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  • Milano, l’artista Danilo Pistone porta la purezza di Levissima in città

    Milano, l’artista Danilo Pistone porta la purezza di Levissima in città

    (Adnkronos) – In un tempo segnato da ritmi accelerati, sovrastimolazione e modelli spesso irraggiungibili, cresce un’esigenza sempre più condivisa: ritrovare una dimensione più autentica, essenziale, concreta del vivere quotidiano. Un cambiamento culturale che emerge anche dall’ascolto delle conversazioni online, dove sempre più persone raccontano il bisogno di rallentare, semplificare e riconnettersi con ciò che è essenziale. È in questo contesto che nasce “Assapora la purezza”, il progetto artistico che porta nel cuore di Milano un frammento della purezza che si vive in montagna attraverso un murales d’autore firmato Danilo Pistone, in arte Neve, tra le figure più rilevanti del neo-muralismo contemporaneo. 

    L’opera prende forma in Alzaia Naviglio Grande 112, su una superficie di 35 metri per 4,5, trasformando uno spazio urbano in un vero e proprio belvedere contemporaneo: una finestra aperta sul paesaggio alpino, capace di cambiare la percezione del luogo e invitare chi passa a fermarsi, osservare, ritrovare un momento di connessione. Al centro del murale, un’immagine simbolica: un volto che si fonde con la montagna, fino a diventare un’unica materia. La Cima Piazzi emerge nello sguardo, sospesa tra realtà e immaginazione, in un dialogo continuo tra uomo e natura. 

    Realizzato interamente a mano libera con acrilici e spray, l’intervento integra anche vernici Airlite* che contribuiscono a ridurre l’inquinamento assorbendo alcune sostanze inquinanti, aggiungendo una dimensione concreta al valore dell’opera. Più che un intervento artistico, il progetto si propone come una riflessione sul modo in cui viviamo gli spazi urbani: un invito a riscoprire il valore dei gesti semplici, dello sguardo, del tempo. “Ho voluto creare un’immagine che non fosse solo da guardare, ma da vivere – racconta Neve -. Un’opera capace di generare una connessione profonda anche in un contesto urbano”. Il progetto è promosso da Levissima, che da sempre lega la propria identità al territorio d’origine e alla purezza delle sue sorgenti, con l’obiettivo di portare questi valori anche nella quotidianità delle persone. “Intervenire su uno spazio urbano significa prima di tutto prendersene cura – commenta Chiara Croci, Senior Brand Manager di Levissima -. Con questo progetto abbiamo voluto restituire alla città un luogo che non fosse solo da attraversare, ma da vivere, capace di generare valore per le persone e per il territorio”. Con “Assapora la purezza”, l’arte urbana diventa così uno strumento per raccontare un cambiamento più ampio: quello di un ritorno a una dimensione più autentica, semplice e consapevole del vivere. 

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    cultura

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  • Tumori, Petruzzelli (Lampada Aladino Ets): “Nuova terapia risponde a paura recidiva Llc”

    Tumori, Petruzzelli (Lampada Aladino Ets): “Nuova terapia risponde a paura recidiva Llc”

    (Adnkronos) – Nella leucemia linfatica cronica (Llc), “soprattutto nelle fasi avanzate, c’è quella che definisco la ‘stanchezza globale’ del malato: una stanchezza fisica, mentale ed emotiva che finiscono per compromettere la quotidianità. La nuova terapia va a inserirsi in un’area rimasta scoperta fino a questo momento. È un’opzione terapeutica in più che ai pazienti piace molto perché è semplice da utilizzare. Stiamo parlando di una pillola da prendere a casa, che consentirà di andare meno in ospedale e che garantirà quindi una migliore qualità della vita”. Così Davide Petruzzelli, presidente dell’associazione pazienti La Lampada di Aladino Ets, commenta l’approvazione al rimborso, da parte del Servizio sanitario nazionale, del farmaco pirtobrutinib, primo inibitore di Btk non covalente, per i pazienti adulti con Llc recidivante o refrattaria, precedentemente trattati con un inibitore covalente di Btk (tirosina chinasi di Bruton). 

    “È un’innovazione che coniuga efficacia e benessere della persona, un aspetto particolarmente significativo in una malattia cronica – sottolinea Petruzzelli – Il termine ‘cronico’ probabilmente, fa meno paura, pur trattandosi comunque di una malattia oncologica.Questo nuovo trattamento interviene proprio “nella malattia avanzata, un segmento che fino a oggi era privo di ulteriori opzioni terapeutiche, un momento particolare nel percorso di vita di chi sperimenta questa malattia”. 

    Si riserva molta attenzione “alla diagnosi, al momento iniziale, mentre si fa più fatica a parlare delle recidive, cioè dei momenti in cui la malattia si ripresenta – osserva il presidente dell’associazione – In questi casi è fondamentale mantenere viva la parola speranza perché l’ematologia oncologica – e più in generale tutta l’oncologia – ci sta abituando a progressi straordinari. Ogni giorno emerge un’opzione terapeutica nuova. Io stesso sono un paziente trattato trent’anni fa, quando c’erano la chemioterapia e i primi anticorpi monoclonali. Sono stato curato per un linfoma. Per questo parlo di speranza”. 

    Quando si usa la parola cronicità, “bisogna trovare una dimensione nel vivere con la malattia, che è qualcosa di completamente diverso dal guarire – rimarca Petruzzelli – Dentro tutto questo c’è ovviamente la qualità della vita, che non è soltanto una scheda da compilare e mettere in cartella clinica: è un insieme di determinanti. Le nuove opzioni terapeutiche vanno proprio in questa direzione: oltre ad essere efficaci, aiutano anche il paziente a vivere meglio la propria malattia. Non conta solo l’efficacia della cura, ma anche la qualità della vita”. 

    Attualmente, “al nostro sistema forse ancora manca una presa in carico davvero completa della persona – riflette il presidente dell’associazione – La qualità della vita dipende da molti fattori: la nutrizione, l’attività fisica, tutti quegli aspetti che non sono farmaci ma aiutano a vivere meglio. La recidiva è un momento davvero drammatico – ribadisce – soprattutto quando si prolunga nel tempo e richiede più linee di trattamento. È il momento in cui ci si sente persi, in cui si pensa: ‘Sono arrivato alla fine’. Oltre al supporto farmacologico”, in questi casi serve “sicuramente quello psicologico. Le persone con malattie caratterizzate da un andamento ‘up and down’ – e la leucemia linfatica cronica non è la sola tra i tumori del sangue – hanno la necessità di essere sostenute nei momenti di difficoltà come la recidiva”.  

    Dal punto di vista organizzativo “serve poi meno ospedale e più territorio – aggiunge Petruzzelli – Abbiamo anche un bisogno informativo. In fase avanzata di malattia, il paziente ha bisogno di capire che cosa gli sta succedendo e che cosa lo aspetta. Questo bisogno informativo rientra nella comunicazione medico-paziente, che tutti auspichiamo, ma che purtroppo sta diventando sempre più difficile. Non per cattiva volontà, ma perché gli ematologi hanno sempre meno tempo da dedicare ai pazienti e, spesso, il primo tempo che si riduce è proprio quello dedicato alla comunicazione. Dobbiamo però guardare al futuro con speranza – conclude – Oggi la scienza ci sta davvero facendo cambiare la storia di molte malattie. Dobbiamo avere fiducia”. 

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    cronaca

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  • AdSP Mtcs, il console tunisino in visita al porto di Civitavecchia

    AdSP Mtcs, il console tunisino in visita al porto di Civitavecchia

    (Adnkronos) – Visita istituzionale nel porto di Civitavecchia del Console tunisino Marwen Kablouti, ricevuto questa mattina dal Presidente dell’AdSP del Mar Tirreno Centro Settentrionale, Raffaele Latrofa.  

    L’incontro si è svolto presso la sede dell’ente in Molo Vespucci ed è stato l’occasione per ribadire il forte legame tra lo scalo laziale e il porto di Tunisi, già collegati da due linee marittime dirette dedicate sia al traffico passeggeri sia al ro-ro merci. L’obiettivo condiviso è quello di consolidare il ruolo strategico di Civitavecchia come hub delle Autostrade del Mare del Mediterraneo centrale e favorire nuove opportunità di crescita per i flussi commerciali tra le due sponde. La visita si è conclusa con uno scambio di doni istituzionali e con l’impegno a proseguire il confronto nei prossimi mesi, verificando anche la possibilità di definire un protocollo di intesa tra i due porti. 

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    economia

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  • Monito del Papa: “Non si chiami ‘difesa’ il riarmo che depaupera investimenti in educazione e salute”

    Monito del Papa: “Non si chiami ‘difesa’ il riarmo che depaupera investimenti in educazione e salute”

    (Adnkronos) – “Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Così Papa Leone in un passaggio del lungo discorso tenuto oggi, giovedì 14 maggio, all’Università La Sapienza di Roma.  

    “Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra”, il mandato di Leone agli studenti che applaudono. Il Papa incoraggia gli studenti della Sapienza “a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia”.  

    Quindi prosegue Leone, “vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare”.  

    “Gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero – dice Leone nel suo intervento- sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo”. 

    “A chi è più adulto il malessere giovanile domanda ‘che mondo stiamo lasciando?’. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”, afferma Prevos che mette in guardia: “La semplificazione che costruisce nemici va corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria”. 

    “In particolare – osserva – il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”. 

    E il Pontefice mette in guardia anche dall’Ia al servizio della guerra. “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran – denuncia Leone senza mezzi termini – descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento”. Da qui il monito: “Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”. Il passaggio è stato particolarmente applaudito. 

    Prevost si è poi rivolto ai docenti. “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata”. In particolare, dice Leone, “voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?”. 

    “Insegnare – scandisce – è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità”. 

    “Che senso avrebbe d’altronde – chiede Prevost -formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini”. 

     

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    cronaca

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  • Kate a Reggio Emilia, la principessa incontra i bimbi dell’asilo modello nel verde

    Kate a Reggio Emilia, la principessa incontra i bimbi dell’asilo modello nel verde

    (Adnkronos) – Nel secondo giorno di visita a Reggio Emilia, la principessa Kate ha visitato la scuola dell’infanzia “Salvador Allende”, osservando come l’apprendimento basato sulla natura sia integrato nell’Approccio. La scuola è un centro educativo pubblico per bambini da 0 a 6 anni, parte del sistema municipale, con forte attenzione all’educazione ambientale. 

    Sua Altezza Reale ha trascorso del tempo con i bambini all’aperto e incontrato gli educatori, evidenziando l’importanza dell’ambiente come “terzo insegnante”. La moglie del principe William ha partecipato all’assemblea mattutina all’aperto, osservando come gli alunni scelgano insieme le attività. Incontrerà anche un atelierista, che mostrerà l’uso dell’ambiente esterno (salice, boschetto di bambù, ecc.), e incontrato inoltre genitori volontari per comprendere il coinvolgimento della comunità. 

    Il tour della pincipessa è poi proseguito con la visita a Remida, per vedere come imprese e comunità sostengono l’educazione dell’infanzia. Fondato nel 1996, Remida è un progetto culturale dedicato a sostenibilità, creatività e riuso di materiali industriali, sostenuto da circa 200 aziende, frequentato ogni anno da oltre 3.000 visitatori, parte del sistema educativo comunale. 

    Secondo quanto riferito dall’ambasciata britannica a Roma, Kate Middleton ha incontrato leader aziendali con cui ha discusso dell’impatto positivo dell’investimento nei primi cinque anni di vita. La principessa ha partecipato anche a una discussione sul ruolo del centro e incontrato aziende locali, esplorando inoltre i materiali utilizzati negli atelier e il ruolo della comunità. 

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  • Sanità, la Cgil chiede una firma per il cambiamento

    Sanità, la Cgil chiede una firma per il cambiamento

    (Adnkronos) – Venerdì 15 e sabato 16 maggio la Cgil dà il via alla campagna di raccolta firme per due proposte di legge di iniziativa popolare, promosse insieme ad un vasto numero di organizzazioni e associazioni della società civile, dedicate ai temi della sanità pubblica e degli appalti. Due giornate di mobilitazione nazionale che interesseranno tutti i territori italiani. Da ciascuna delle 110 Camere del Lavoro della Cgil, in ogni capoluogo di provincia, saranno organizzate in forma aperta assemblee generali di dirigenti sindacali, delegati, militanti, attivisti. In queste iniziative, alle quali parteciperanno complessivamente più di 58mila persone, tra cui anche reti civiche e associative territoriali, saranno presentate le proposte legislative. Contestualmente sarà avviata la raccolta delle firme, con la presenza di centinaia di banchetti nelle piazze e nelle vie di ogni capoluogo di provincia. 

    Dal 15 maggio sarà possibile sottoscrivere le due proposte di legge anche online accedendo al sito del ministero della Giustizia. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini sarà venerdì 15 maggio all’assemblea pubblica di Genova, in programma alle ore 9 presso i Giardini Luzzati. Sabato 16 maggio sarà invece a Roma, dove prenderà parte ai vari presìdi organizzati per la raccolta firme. Il primo è previsto al Policlinico Umberto I, dove alle ore 10.00 si terrà un punto stampa. La proposta di legge sulla sanità si pone l’obiettivo di rendere effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro. 

    Tra i punti qualificanti: l’aumento del livello di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (non inferiore al 7,5% del PIL), la valorizzazione economica e professionale del personale, il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale definita dal DM 77/2022 (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti), il rispetto dei tempi di attesa attraverso investimenti nel SSN per la presa in carico dei bisogni di salute delle persone, il potenziamento dell’assistenza domiciliare e il miglioramento dell’assistenza residenziale e semiresidenziale.  

     

     

    Più tutele a favore delle lavoratrici e dei lavoratori in appalto e più garanzie per i dipendenti diretti dei committenti sono gli obiettivi della seconda proposta di legge. Chi lavora in appalto deve avere stesso salario e stessi diritti dei dipendenti del committente, e il medesimo principio deve essere esteso anche alle partite iva; quanto alla sicurezza, deve essere introdotto negli appalti privati quanto previsto per gli appalti pubblici: è il committente a dover rispondere in termini di quantità di manodopera impiegata e tempi di realizzazione per ridurre il rischio di incidenti ed infortuni; deve essere rafforzata la responsabilità in solido del committente nei casi di appalto illecito, applicazione di un CCNL non attinente alla reale attività svolta o sotto inquadramento. La proposta di legge disciplina anche l’assunzione diretta dei lavoratori in caso di appalto illecito e dispone limiti alle catene di subappalti. 

    La campagna è promossa con gli slogan “Io firmo per il diritto alla salute” e “Io firmo: stesso lavoro, stesso contratto”. 

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    cronaca

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  • La trappola di Tucidide, ecco perché Xi ne parla con Trump

    La trappola di Tucidide, ecco perché Xi ne parla con Trump

    (Adnkronos) – Xi Jinping ne parla da anni. “Riusciranno Cina e Usa a superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?”, è la domanda retorica che il leader cinese ha posto a Donald Trump nella Grande Sala del Popolo durante l’atteso vertice, secondo le dichiarazioni riportate dall’agenzia ufficiale cinese Xinhua. 

    Reso popolare da Graham Allison, professore dell’Università di Harvard, il concetto si riferisce ai pericoli che sorgono quando una potenza emergente sfida una potenza consolidata. Per Tucidide, storico greco, l’ascesa di Atene aveva instillato tanto timore in Sparta da rendere inevitabile la guerra. Pechino, spiega il Wall Street Journal, insiste su come per Xi sia un desiderio di relazioni pacifiche con Washington. Ma in Cina se ne parla anche per puntare il dito contro gli Stati Uniti quando salgono le tensioni. 

    “Riusciremo ad affrontare insieme le sfide globali e a garantire maggiore stabilità al mondo? – ha detto ancora Xi a Trump – Riusciremo a costruire insieme un futuro più luminoso insieme per le nostre relazioni bilaterali nell’interesse del benessere delle due popolazioni e del futuro dell’umanità?”.  

    Per Graham Allison, come ha detto lui stesso a Cnbc, la tregua commerciale tra le due superpotenze finirà per diventare un accordo formale. I Ceo che accompagnano Trump nel gigante asiatico hanno lasciato trapelare ottimismo davanti ai giornalisti. 

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