di Maria Caravella
C’è un modo elegante, e oggi molto praticato, di censurare la realtà: non mentire, ma scegliere cosa dire e cosa no.
È ciò che è accaduto nella narrazione mediatica dell’omicidio avvenuto in una scuola di La Spezia, dove un ragazzo di 18 anni è stato ucciso a coltellate da un coetaneo. Per giorni la stampa ha proposto una versione rassicurante e semplificata: lite tra studenti, gelosia adolescenziale, tragedia scolastica. Tutto vero. Ma non tutta la verità.
Quasi nessun grande organo d’informazione ha ritenuto rilevante spiegare chi fosse davvero la vittima e chi fosse l’aggressore, non solo come individui ma anche nella loro identità culturale e religiosa, che in altri contesti viene regolarmente sottolineata.
Youssef Abanoub Safwat Roushdi Zaki non era semplicemente “uno studente di origini egiziane”. Era un cristiano copto praticante, appartenente a una delle minoranze religiose più antiche e più perseguitate del Medio Oriente. La sua famiglia era arrivata in Italia proprio per fuggire da un contesto di violenze, intimidazioni e attentati contro i cristiani copti in Egitto, ampiamente documentati da rapporti internazionali.
Questo elemento è stato ridotto a nota marginale o espunto del tutto.
Ma non solo.
Anche l’identità dell’aggressore — un giovane di fede musulmana — è stata sistematicamente omessa o neutralizzata. Non perché fosse irrilevante in sé, ma perché ritenuta scomoda. Dirlo avrebbe incrinato la narrazione dominante secondo cui l’episodio doveva essere letto esclusivamente come una “normale” storia tra ragazzi, priva di qualsiasi contesto più ampio.
Sia chiaro: nessuna religione è responsabile di un delitto e nessun crimine va trasformato in accusa collettiva. Ma il punto non è questo.
Il punto è che la stampa sceglie quando l’identità religiosa è una notizia e quando non lo è. Se la vittima fosse stata musulmana e l’aggressore cristiano, quell’informazione sarebbe stata probabilmente riportata con maggiore evidenza. In questo caso, invece, il silenzio è diventato linea editoriale.
Questa non è neutralità. È una scelta politica e culturale: evitare tutto ciò che potrebbe incrinare il fragile equilibrio del politicamente corretto, anche a costo di appiattire la realtà.
Eppure Youssef non era un dettaglio intercambiabile. Era un diacono nella comunità copta locale, partecipava attivamente alla vita religiosa, era riconosciuto come tale. Il funerale, celebrato secondo il rito copto, ha mostrato ciò che i titoli avevano nascosto: una comunità perseguitata altrove che credeva di aver trovato protezione qui.
Raccontare che la vittima era un cristiano copto e che l’aggressore era musulmano non significa spiegare il delitto con la religione, né giustificarlo. Significa però non amputare la realtà per paura delle conseguenze narrative. Le fratture culturali e religiose che attraversano il Medio Oriente non scompaiono automaticamente varcando un confine europeo. Negarlo non è integrazione, è rimozione.
Quando l’informazione sceglie di non dire, per timore di “strumentalizzazioni”, finisce per produrre l’effetto opposto: sfiducia, sospetto, radicalizzazione del dibattito. La trasparenza non alimenta l’odio. Il silenzio selettivo sì.
Il giornalismo non dovrebbe proteggere i lettori dalla realtà, ma metterli in condizione di comprenderla. Raccontare un omicidio complesso come se fosse una storia qualunque tra ragazzi non è prudenza: è una falsificazione per omissione.
E quando la verità diventa indicibile, il prezzo lo paga sempre la società.
