di Maria Caravella
C’era un’attesa vibrante, quasi palpabile, venerdì sera al Palatour di Bitritto. La platea era colma in ogni ordine di posto: un pubblico attento, composito, partecipe. Segno evidente che quando il teatro propone pensiero vivo, la risposta arriva. Ed è una risposta forte.
“Elogio dell’ignoranza e dell’errore” non è stato semplicemente uno spettacolo, ma un’esperienza intellettuale condivisa. Gianrico Carofiglio, con la sua misura elegante e la sua voce controllata, ha guidato il pubblico all’interno di un territorio solo apparentemente provocatorio: quello in cui ignorare non significa essere incompetenti, ma riconoscere il proprio limite; dove sbagliare non equivale a fallire, ma rappresenta la condizione stessa dell’apprendimento.

La formula della lectio scenica – sospesa tra narrazione, riflessione e memoria personale – ha funzionato con straordinaria efficacia. Nessun artificio scenografico invasivo: solo parola, ritmo, silenzi. E in quei silenzi si avvertiva la concentrazione di una sala intera.
Carofiglio ha intrecciato riferimenti di nicchia e cultura popolare, passando con naturalezza da Niccolò Machiavelli a Michel de Montaigne, fino a Roger Federer, dimostrando come l’errore sia una costante universale, non una macchia da nascondere. Il risultato è stato un racconto fluido, mai accademico, capace di far sorridere e riflettere nello stesso istante.

Ma la serata ha avuto anche un altro significato: ha confermato l’importanza crescente del cartellone del Palatour di Bitritto. Portare in scena autori di questo calibro significa costruire una proposta culturale ambiziosa, che non si limita all’intrattenimento ma mira alla formazione del pensiero critico. In un territorio che ha fame di cultura di qualità, una sala gremita è molto più di un successo organizzativo: è un segnale.
“Elogio dell’ignoranza e dell’errore” ha dimostrato che il pubblico non teme la complessità. Al contrario, la cerca. E quando la trova, riempie il teatro.
