di Maria Caravella
Al Palatour di Bitritto è andato in scena uno spettacolo che somiglia poco al teatro tradizionale e molto alla vita vera: imprevedibile, sgangherata, divertente. Giovanni Veronesi e Rocco Papaleo con “Due maledetti amici” non recitano personaggi: portano sul palco se stessi, con il bagaglio di anni di successi, inciampi e quella confidenza rara che solo le amicizie autentiche sanno regalare.

Il cuore dello spettacolo è proprio l’assenza di una gabbia, di uno schema. Nessuna scaletta rigida, nessun copione dominante: solo due artisti che si provocano, si inseguono nei ricordi, si punzecchiano con ironia e poi improvvisamente aprono finestre inattese sulla malinconia, sul tempo che passa, sul mestiere dello spettacolo. Il pubblico ride spesso, ma non di una comicità costruita: ride perché riconosce delle verità.
Papaleo è magnetico. Ha quella lentezza apparente che nasconde precisione assoluta. Ogni pausa sembra casuale, invece pesa come una battuta scritta da un cesellatore. Veronesi, più irruento e narrativo, tiene il ritmo, devia il discorso, crea sponde continue. Insieme funzionano perché diversi: uno scava, l’altro accende.

Molto efficace il supporto musicale di Musica da Ripostiglio, presenza discreta ma preziosa, capace di cucire i momenti con eleganza, leggerezza e un gusto quasi cinematografico. La musica non accompagna soltanto: commenta, respira, completa.
Lo spettacolo ha il pregio raro di non voler stupire a tutti i costi. Non cerca l’effetto speciale, ma la complicità del pubblico. E in tempi di intrattenimento urlato, questa è quasi una forma di ribellione. Si esce con la sensazione di aver spiato una lunga conversazione al tavolo accanto.
“Due maledetti amici” diverte, intenerisce, punge. E soprattutto ricorda che l’intelligenza, quando sa sorridere di sé stessa, resta uno dei migliori spettacoli possibili.

