di Maria Caravella
Si è chiusa al Teatro Kismet la stagione della rassegna Umano non umano, con un appuntamento di forte impatto culturale dedicato al tema che più di ogni altro sta ridefinendo il presente: l’intelligenza artificiale. Sul palco, in dialogo con lo scrittore Nicola Lagioia, la professoressa Francesca Lagioia, indicata tra le voci più autorevoli in Italia nel settore.
Non un semplice incontro divulgativo, ma una riflessione pubblica su una tecnologia che sta entrando in ogni ambito della vita quotidiana: lavoro, scuola, medicina, informazione, arte, pubblica amministrazione. L’elemento più interessante emerso dal confronto riguarda il salto compiuto negli ultimi anni: non più software che si limitano a classificare dati, ma sistemi capaci di generare testi, immagini, musica e decisioni assistite. In altre parole, strumenti che non si limitano a leggere il mondo, ma contribuiscono a riscriverlo.
Ed è qui che il dibattito si fa cruciale. Perché l’intelligenza artificiale non nasce nel vuoto: viene progettata, addestrata e governata da grandi aziende tecnologiche globali, centri di ricerca universitari, governi e gruppi industriali con enormi capacità economiche. Il controllo dei dati, delle infrastrutture di calcolo e degli algoritmi è oggi concentrato in poche mani, prevalentemente negli Stati Uniti e in Cina, mentre l’Europa tenta di costruire una terza via fondata su regole, diritti e trasparenza.
Durante l’incontro è emerso un punto decisivo: ogni modello riflette i dati su cui viene addestrato. Se quei dati contengono stereotipi, discriminazioni o squilibri culturali, il rischio è che la macchina li amplifichi su scala globale. Non è quindi una tecnologia neutra: dietro ogni risposta automatica esistono scelte umane, interessi economici e visioni del mondo.
Ma accanto ai timori esistono prospettive straordinarie. L’IA può accelerare diagnosi mediche, supportare persone fragili, migliorare traduzioni, semplificare servizi pubblici, aumentare produttività e creatività. La vera domanda, rilanciata dal confronto al Kismet, non è se l’intelligenza artificiale cambierà la nostra vita: lo sta già facendo. La domanda è chi la governerà, con quali regole e a vantaggio di chi.
Il pubblico ha seguito con attenzione un dialogo lucido e necessario, segno che la società avverte il bisogno di capire prima di subire. Ed è forse questo il merito maggiore della rassegna: riportare al centro l’essere umano proprio mentre la tecnologia sembra volerlo superare.
