Fontaines D.C. più grandi che mai, la band ha cambiato pelle ed è già altrove

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(Adnkronos) – Grian Chatten si avvicina al microfono, ondeggia, fa un inchino e attacca ‘Tongue’ con gli occhi rivolti al cielo. La canzone arriva immersa nei sintetizzatori e nelle chitarre che sembrano emergere dalla nebbia. Chatten resta per qualche secondo dentro quella trama, poi comincia a muoversi lungo la passerella dell’Unipol Arena, avanti e indietro, con il microfono stretto in mano. È il suo modo di stare sul palco e dare una forma fisica alle canzoni. Intorno a lui, i compagni Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan e Tom Coll lavorano soprattutto sulle frequenze, accompagnando la voce con un suono di basso, sintetizzatori e chitarre. È così che suonano oggi i Fontaines D.C. Una band molto più grande di quella che qualche anno fa veniva raccontata come uno dei nomi più rilevanti del post-punk irlandese, i nuovi Joy Division, i salvatori del rock, la band più interessante in circolazione. Spoiler: è ancora così, ma meglio, con buona pace di chi, come Liam Gallagher degli Oasis, ancora non ci crede. 

La crescita, in questi ultimi anni, è stata soprattutto musicale. Le chitarre ci sono sempre ma oggi il basso pesa molto di più, la batteria si è fatta secca e meccanica, i sintetizzatori allargano il suono fino a sfiorare l’elettronica. E la voce di Chatten passa dal parlato al canto, dalla ruvidità a momenti molto più trattenuti. Dal vivo ne esce un insieme in cui convivono post-punk, rock alternativo, synth-pop, grunge e hip hop (sempre che a qualcuno interessi attaccare etichette). A Bologna, per il suo primo palazzetto, la band arriva con un disco uscito da dieci giorni e già pesante anche in classifica. ‘Dopamine Chamber’, pubblicato il 16 ottobre, è entrato al numero 2 della Fimi Album, alle spalle di Geolier, e al numero 1 tra i supporti fisici. Nel Regno Unito è partito direttamente in vetta. Non era scontato. Da noi il sold out è arrivato immediatamente per questa data, l’unica italiana del tour, e promettono bene anche le due già annunciate per giugno 2027, a Roma il 18 e a Milano il 19. 

Il quinto album insiste proprio sugli elementi che dal vivo rischiavano di mettere in difficoltà il pubblico dei primi Fontaines: sintetizzatori, batterie rigide, campionamenti, chitarre che a tratti quasi spariscono. Parla di sovrastimolazione, dipendenza dagli schermi, bisogno continuo di gratificazione. Nme gli ha dato cinque stelle e ha scritto che i Fontaines D.C. sono ormai la più grande band irlandese dai tempi degli U2. 

La band entra in scena alle 21 anticipata dai Chalk, duo nordirlandese che tiene bene il palco tra post-punk ed elettronica industriale. Apre un omaggio a Mina: le note di ‘Se telefonando’ accompagnano la band mentre sale sul palco, cantate in coro dal pubblico. Una scelta che non sorprende, visto che Chatten ha citato la Tigre di Cremona come una fonte d’ispirazione chiave per ‘Dopamine Chamber’, raccontando di essersi innamorato del brano e di aver persino pensato di contattarla per una collaborazione. 

La canzone finisce e parte ‘Tongue’, prima di lasciare spazio a ‘Here’s the Thing’ che rimette tutto in movimento. ‘Nabokov’ è per i fan della prima ora, mentre ‘Boys in the Better Land’ riporta direttamente al 2019, con il cembalo, il microfono agitato da Chatten e quella corsa nervosa che appartiene alla prima storia della band. 

Il resto del set racconta di un gruppo in evoluzione. Alcuni brani vengono da ‘Dopamine Chamber’, diversi da ‘Romance’ del 2024, qualcuno da ‘Skinty Fia’. Su ‘Marianne’ il pubblico italiano è ben preparato. È uno dei momenti più attesi del live e diventa più pesante, quasi fisico. Del disco nuovo, ‘Mimesis’ è il punto di rottura. Clangori quasi industriali e tastiere promettono euforia ma il testo la rovescia. Se ‘Tongue’ dal vivo è la più diretta del lotto, ‘You Miss Me’ fa l’esatto contrario dei pezzi più nervosi: rallenta, lascia respirare la voce e mette davanti la parte emotiva di ‘Dopamine Chamber’. Il pubblico conosce già ogni parola. Chatten cammina, si piega, fa ruotare il microfono, chiude gli occhi e si tira la t-shirt bianca. Così riempie un palco grande senza dover fare nulla di eclatante. Parla pochissimo, qualche ‘grazie’, ‘ti amiamo, Bologna’ e lascia il grosso della comunicazione alle canzoni. ‘Happy for You’ porta con sé la storia di Trevor Dietz, il manager della band, morto all’improvviso a giugno. Era nata, apparentemente, come una canzone di separazione. Dopo quella perdita, per Chatten ha preso un altro significato. Prima di attaccarla dice ‘Free Palestine’, il brano viene poi interrotto e ripreso quando una persona tra il pubblico si sente male. 

La parte finale riprende a correre: ‘Favourite’, ‘In the Modern World’ e ‘Starburster’, ancora oggi uno dei brani che spiegano meglio come i Fontaines D.C. siano passati da band post-punk a qualcosa di molto più difficile da classificare. Presente anche ‘Six Shot Morning’, una delle canzoni più lontane degli inizi, mentre ‘Where Is Gone?’, scritta con Rosalía, qui la canta Chatten da solo, e chiude la scaletta con echi nostalgici.  

Eccoli i Fontaines D.C. di oggi. Non più solo la band del momento, quella della Gen Z (a Bologna i Millennials sono davvero in gran spolvero), quella che si esibiva nei piccoli club: oggi sono una realtà consolidata, con un suono ampio e un pubblico trasversale che va ben oltre la scena da cui sono partiti. Fuori fa freddo, dentro siamo tutti incantati. I Fontaines D.C. se ne vanno, tre di loro si dirigono al Locomotiv per guidare un dj set. Non serve aggiungere altro per capire che questa storia durerà ancora a lungo. (di Federica Mochi) 

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