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mediasud > Blog > Ultim’ora > Cuba e la campagna di ‘regime change’ di Trump, quali sono i tre possibili scenari
Ultim’ora

Cuba e la campagna di ‘regime change’ di Trump, quali sono i tre possibili scenari

viviana miccolis
Last updated: Maggio 22, 2026 10:07 pm
viviana miccolis
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(Adnkronos) – Intervento militare Usa, imposizione di un cambio di leadership, collasso economico. Sono questi i tre possibili scenari, delineati da Bbc, per Cuba, il nuovo fronte delle campagne di “regime change”, dei cambi di regime, di Donald Trump. A far temere che si sia arrivati ad un’accelerazione drastica della pressione sul regime comunista, avviata lo scorso gennaio da Washington con il blocco delle forniture di carburante all’isola, nei giorni scorsi è arrivata l’incriminazione dell’ex presidente Raul Castro da parte del dipartimento di Giustizia, e in concomitanza, forse non casuale, l’annuncio dell’arrivo nei pressi dell’isola del gruppo navale della portaerei Nimitz.  

 

L’annuncio dell’incriminazione del 94enne fratello di Fidel per omicidio e complotto per uccidere cittadini americani, per l’abbattimento avvenuto nel 1996 di due aerei civili di un’associazione anti-castrista, ha fatto subito pensare alla possibilità che Trump possa usare questo come pretesto per lanciare un blitz per catturare Raul e trasferire l’ultra novantenne in una prigione negli Usa per processarlo.  

Insomma, una replica del copione usato il 3 gennaio scorso per catturare a Caracas Nicolas Maduro e trasferirlo in prigione a New York e avviare così la transizione al governo della sua ex vice, Delcy Rodriguez, che, pur senza nessuna destabilizzante discontinuità politica, ha adottato una linea di estrema collaborazione e disponibilità verso Washington. E se si guarda indietro nella storia americana, gli Stati Uniti hanno fatto un intervento analogo anche nel 1989, quando, con un’operazione però molto più ampia, Operation Just Cause, invasero Panama per rovesciare e catturare il leader Manuel Noriega. Ad una domanda diretta su una possibile replica all’Avana di quanto fatto a Caracas, Trump non ha voluto rispondere, ma diversi esponenti del Congresso la chiedono a gran voce: “Non dovremmo escludere nulla, la stessa cosa che è successa a Maduro, dovrebbe succedere a Raul Castro”, ha detto il senatore della Florida, Rick Scott.  

Per analisti ed esperti militari, un’operazione del genere sarebbe possibile, ma sarebbe però piena di rischi e possibili complicazioni, sia legati all’età avanzata di Castro che alla possibile resistenza da parte di cubani, senza contare che la rimozione del leader che ha lasciato la presidenza nel 2018, pur mantenendo una certa influenza, forse non avrebbe un impatto significativo sull’attuale leadership. “In qualche modo la sua cattura sarebbe facile, ha un valore simbolico quindi è ben protetto, ma è sicuramente possibile – ha spiegato alla Bbc Adam Isacson, del Washington Office on Latin America – non credo che avrebbe più molto impatto sulla struttura di potere a Cuba, ha 94 anni, la dinastia del Castro è influente, ma non essenziale a quello che hanno costruito”.  

 

Anche perché l’obiettivo principale a cui punta l’amministrazione è proprio l’attuale assetto di potere all’Avana, anche qui nella speranza di poter replicare il modello Venezuela, con la sostituzione di Maduro con Rodriguez. In questo quadro si è inserita la storica visita nell’isola del direttore della Cia, John Ratcliffe, che ha incontrato il ministro dell’Interno Lazaro Alvares Casas e Raul Guillermo Rodriguez Castro, il nipote di Castro che da mesi viene indicato come il principale interlocutore dei tentativi di negoziato tra Washington e l’Avana. “Cuba sta chiedendo aiuto e noi parleremo con loro”, aveva scritto su Truth Trump il 12 maggio, qualche giorno prima della missione di Ratcliffe.  

“Noi dialoghiamo con i cubani ma alla fine devono prendere loro una decisione, il loro sistema semplicemente non funziona”, ha detto ieri Marco Rubio, il segretario di Stato di origine cubana, ribadendo che l’amministrazione preferisce “un accordo negoziato” con l’Avana ad un’azione militare. Un accordo che dovrebbe prevedere l’impegno ad aprire l’economia a investimenti stranieri, il coinvolgimento dei gruppi e interessi dei cubani dell’esilio, insieme all’impegno di mettere fine alla presenza dei servizi di Cina e Russia.  

Cambiamenti che permetterebbero di mantenere la struttura del governo cubano praticamente intatta, altra similarità con quello viene considerato il modello di successo in Venezuela. “Come volevano evitare l’instabilità in Venezuela, vogliono evitare l’instabilità a Cuba, forzare un cambio di regime sarebbe troppo rischioso”, spiega Michael Shifter, docende della Georgetown University ed ex capo dell’Inter-American Dialogue. 

Il problema è però che al momento non sembra essere emersa una figura alla Rodriguez a Cuba: “Non credo che esista una Delcy Rodriguez scontata a Cuba, dove il potere opera in modo diverso che in Venezuela. E’ difficile capire cosa stiano cercando, ma non penso che stiano cercando una qualche forma di struttura di governo”.  

 

Il terzo scenario, infine, è forse il più allarmante, quello che collasso dell’isola sotto l’enorme pressione di mesi di blocco di forniture energetiche, che sta provocando enormi blackout, carenza di beni alimentari e paralizzando il sistema sanitario e dei trasporti. “Sta cadendo a pezzi, è un disastro e hanno praticamente perso il controllo”, ha detto nei giorni scorsi Trump parlando di Cuba. Una visione considerata però troppo semplicistica da alcuni esperti che spiegando come i meccanismi con cui il governo cubano, che da decenni fai conti con l’embargo economico imposto dagli Usa, mantiene il controllo sulla popolazione praticamente intatto anche in tempi di difficoltà economiche. “Bisogna distinguere tra l’economia cubana e lo stato e il governo cubano – argomenta Shifter – l’economia cubana può crollare, e sta crollando, la lo stato continua a funzionare, soprattutto gli apparati di sicurezza”.  

Senza contare che un collasso economico dell’isola, potrebbe avere come conseguenza l’avvio di un esodo di cubani fuori dal Paese, in primis verso le coste della vicina Florida, creando un cortocircuito ideologico con le politiche anti-immigrazione e di abolizione dell’asilo politico dell’amministrazione Trump che non hanno risparmiato i cubani. “Se ci dovesse essere un collasso, avremmo una larga fetta della popolazione di cubana pronta a fare di tutto per andarsene, la stessa cosa che abbiamo visto da Haiti, la Florida è la più vicina ma mi aspetterei anche che qualcuno andasse in Messico”, afferma Isacson, dicendosi “sorpreso” del fatto che, “con la gente che sopravvive con mille, massimo 1500 calorie al giorno, e nessun accesso a cure di base”, che questo esodo non sia già iniziato.  

—

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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