di Maria Caravella
Appena entrato in teatro il pubblico del Piccinni, ancor prima dell’inizio dello spettacolo viene attratto dalla presenza sul palco, a sipario chiuso, di alcuni manichini, personaggi finti in abiti borghesi ai bordi della scena.
Forme senz’anima, che raffigurano gli spettatori, figure che si moltiplicheranno sulla scena alle spalle dei protagonisti una volta aperto il sipario. La regia ha inteso con questo espediente introdurre il pubblico fin da subito nel mondo di Pirandello, essi non sono altro che spettatori, i quali osservano da vicino ciò che accade. Nella realtà pirandelliana infatti, il confine tra vita pubblica e privata è aleatoria, L’ambiente esterno entra prepotentemente nella vita degli uomini interferendo con giudizi e preconcetti. Li costringe a trasformarsi da persone in personaggi che recitano costantemente un ruolo sociale.
Beatrice, moglie del Cavalier Fiorica si ribella a questa convenzione. Quando scopre che il marito la tradisce con la moglie del ragionier Ciampa, un affezionato dipendente, decide di denunciare alle autorità i due amanti. Troverà però l’opposizione del fratello Fifì, di sua madre e perfino del delegato Spanò a cui si è rivolta per sporgere denuncia. Lo stesso Ciampa preferisce continuare a vivere nelle illusioni e nell’ ipocrisia, piuttosto che portare a conoscenza di tutti la verità; in caso contrario avrebbe praticato il delitto d’onore verso il Cavalier Fiorica e la moglie per recuperare l’onore perduto.
Come risolvere il problema? Beatrice deve fingersi pazza al fine di riabilitare se stessa e i suoi congiunti ad una vita rispettabile almeno in apparenza. Perché secondo gli stereotipi pirandelliani chi dice la verità, dalla società viene ritenuto pazzo.
A questo punto Pirandello ci pone di fronte al dramma dell’uomo, costretto ad indossare la maschera in una società ipocrita, giudicante, votata al perbenismo e alla finzione. Agli antipodi è costruita la figura di Beatrice, che intende abbandonare la maschera di moglie appagata, ma nel mondo pirandelliano, l’autenticità è un peccato, pertanto Beatrice viene obbligata dal contesto che la circonda a fingersi pazza, per smentire la verità emersa sul suo matrimonio. Fare questo non è difficile, basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede e tutti la prendono per pazza.
La regia di Gabriele Lavia è personale ed originale. La scenografia vede sullo sfondo e nei cambi scena dei teli chiari su cui è proiettato un gioco di ombre e di luci che preannuncia l’arrivo dei personaggi e nel contempo crea un’atmosfera suggestiva. Al centro del palco c’è il salotto di casa Fiorica, sontuoso ma dai tratti decadenti. In questo contesto si muovono attorno ai due protagonisti Federica Di Martino nel ruolo di Beatrice e Gabriele Lavia in quello di Ciampa, una schiera di interpreti vivaci e briosi come Francesco Bonomo che presta il volto a Fifì, Maribella Piani nel ruolo della balia Fana che riesce a coinvolgere il pubblico in sala con risate e divertimento grazie ad un’esilarante performance. Eccezionale fra tutte l’interpretazione di Gabriele Lavia che ancora una volta ha letteralmente conquistato il pubblico barese.
