Buen Camino è il film che segna il grande ritorno di Checco Zalone al cinema (uscito a Natale 2025), diretto dallo storico regista dei suoi primi successi, Gennaro Nunziante.
Il film è una commedia che mescola la satira sociale tipica di Zalone con il genere del “road movie” e del racconto di formazione. Ecco i punti principali della trama e dei temi trattati:
Checco interpreta un erede ricchissimo, viziato e profondamente superficiale, abituato a vivere tra ville lussuose (una delle quali in Sardegna) e auto di lusso (come le sue sei Ferrari). È un uomo che non ha mai lavorato in vita sua e che misura tutto attraverso il denaro e l’apparenza.
La sua vita dorata viene sconvolta quando la figlia adolescente, Cristal (chiamata così in onore dello champagne), scompare all’improvviso. Seguendo le sue tracce, Checco scopre che la ragazza ha deciso di intraprendere il Cammino di Santiago. Nonostante la sua totale avversione per la fatica e la mancanza di comfort, Checco è costretto a mettersi in viaggio a piedi per ritrovarla. Detto ciò è necessario fare alcune riflessioni:
C’è un’aspettativa precisa quando ci si siede davanti a una commedia: il desiderio di “allentare i neuroni”, rilassare le sinapsi e lasciarsi andare a una serata di leggerezza.
Purtroppo, “Buen Camino” fallisce proprio in questa missione primaria, trasformando quella che doveva essere una serata di svago in un momento di riflessione (forse doverosa, ma non cercata) sui limiti della comicità attuale.
Il problema principale risiede in una scrittura che sembra rimasta intrappolata negli anni ’80. Le battute sono scontate, figlie di un modello culturale superato dove la figura femminile veniva relegata al ruolo della “sgallettata” o della “velina” da prima serata.
In un’epoca in cui le nostre cronache sono giustamente sature di termini come inclusività e body shaming, e in cui celebriamo ricorrenze profonde come la Giornata della Memoria o l’11 settembre per “non dimenticare”, non è più accettabile costruire un intero impianto comico su stereotipi triti e ritriti.
Certe battute non risultano solo poco divertenti, ma arrivano a urtare la sensibilità di un pubblico che, oggi, è fortunatamente più consapevole.
Il paragone sorge spontaneo con chi della satira ha fatto un’arte, come il “Checco Nazionale”. Nei suoi film, l’ironia e il sarcasmo sono strumenti per leggere la realtà, non per deriderla in modo superficiale. In “Buen Camino”, invece, la comicità appare spesso fuori luogo, incapace di elevarsi sopra la banalità.
Il film trova una sua ragion d’essere solo nella seconda parte, quando decide di abbandonare la pretesa di far ridere a tutti i costi per virare su un tema molto più tenero. È qui che la pellicola finalmente “decolla”, offrendo spunti di riflessione che riescono a strappare un sorriso sincero e commosso. Ma, purtroppo, è troppo poco e arriva troppo tardi.
“È difficile oggi far sorridere senza offendere qualche categoria, ma è proprio in questo equilibrio che risiede la vera professionalità.”
“Buen Camino” non fa ridere. Fa riflettere, a tratti fa piangere, ma non riesce a centrare l’obiettivo della commedia moderna. Se la professionalità di un autore si misura dalla capacità di rinnovarsi, qui siamo rimasti fermi a un passato che non ci appartiene più.
Viviana Miccolis
