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Giornale dell’istituto Santarella De Lilla

Qui redazione De Lilla

 

 

L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo

(Nelson Mandela)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPERIAMO AL PIU’ PRESTO E IN SICUREZZA

Progetto PON 2019 LINGUA MADRE: 4396 DEL 09/03/2018 – FSE – Competenze di base – 2°edizione. Migliorare le mie competenze per “competere”. MODULO: “Qui redazione De Lilla”

Docente esperto:  Prof.ssa Maria Caravella

Docenti tutor:        Prof.ssa Felicia Ferrigni

                                Prof.ssa Elisabetta Parlavecchia

 

 

 

INDICE

  • Noi vincitori per la terza volta del concorso nazionale di giornalismo scolastico “Carmine Scianguetta” 3
  • Finlandesi per una settimana 5
  • E fu subito didattica a distanza pag. 8
  • Il Coronavirus ha trasformato gli aspetti dinamici della scuola pag. 10
  • Senti chi parla! Pag. 12
  • Pandemia da Coronavirus: tra fake news e realtà 13
  • Fake news sul Coronavirus pag. 16
  • L’ossessione per il Covid 19 pag. 17
  • Interviste in tempo di pandemie pag. 18
  • La rinascita del teatro Petruzzelli pag. 25
  • Un viaggio nel mondo dell’informazione … 26
  • A Bari, per non dimenticare, una mostra sulla storia di Anna Frank pag. 28
  • I baresi orfani della festa di San Nicola pag. 29
  • Federico II di Svevia pag. 31
  • Bari: il Castello Svevo pag. 33
  • Storia locale pag. 37
  • Ricetta di Natale pag. 43

 

REDAZIONE: Monica Chiedi, Jannat Chumber, Alessia De Candia, Roberta De Giglio, Gabriella Foti, Francesca Galiano,  Micaela Gigli, Ramandeep Kaur, Isabella Lorusso, Anna Losacco, Rita Risola. Sabatini Italia Ilenia, Maria Sasanelli, Angela Rebecca Scalese, Claudia Scamarcia, Licio Scelsi, Martina Schingaro, Valentina Sebastiano,  Tamara Tagliaferro, Adriana Zonno.

 

Segretario di redazione:  Licio Scelsi,  caporedattore: Claudia Scamarcia

 

Collaboratori: Francesca Perrucci,  Dominga Armenti, Elisanna Longo (genitore)

 

NOI VINCITORI  PER LA TERZA VOLTA DEL CONCORSO NAZIONALE DI GIORNALISMO SCOLASTICO “CARMINE SCIANGUETTA”

 

XX CONCORSO NAZIONALE “IL MIGLIOR GIORNALE SCOLASTICO” anche con sezione “edizione online”

Carmine Scianguetta, dirigente scolastico di notevoli capacità culturali e professionali, apprezzato protagonista e animatore di importanti innovazioni e sperimentazioni, è stato capace di rinnovare le mentalità ed invertire la prospettiva di un sistema scolastico spesso inidoneo e impreparato a capire le dinamiche e le complessità crescenti della società in continua evoluzione. Questo suo approccio lo portò, già negli anni settanta e ottanta, a capire che occorreva cogliere le innovazioni che provenivano dal mondo extrascolastico per partecipare da protagonisti ai processi di cambiamento, modificando il “fare scuola nei contenuti e nei metodi per stare al passo con i tempi” e non considerare l’insegnamento come una routine quotidiana. La Scuola, per Carmine Scianguetta è stata, per oltre un trentennio, non solo luogo di formazione, ma anche luogo di sperimentazione, di innovazione, di laboratorio di idee, e molte delle iniziative, negli anni successivi, entreranno nella quotidiana prassi didattica per volere del legislatore Nel 1973, da dirigente del Circolo Didattico di Mirabella Eclano, attuò, tra i primi circoli della provincia, il “tempo pieno” e nella scuola installò un efficiente laboratorio linguistico. Sempre nello stesso anno promosse la fondazione del periodico “Il Carro”, che divenne la voce dell’intera comunità scolastica. Ma la sua grande capacità di governare i fenomeni e di coglierne le valenze educative e didattiche lo portò ad ideare e realizzare nel 1982 il Concorso Nazionale “Il migliore giornalino scolastico”, che divenne, da subito, strumento di forte spinta in campo nazionale per la diffusione dei periodici scolastici. La sua grande intuizione venne poi realizzata in altre realtà, come nella nostra, dove la sua idea risulta ancora oggi vincente.

L’Istituto Comprensivo “Don Lorenzo Milani” non ha mai ritenuto di doversi arrendere di fronte ad una situazione quanto meno complessa ed ha messo in campo ogni possibile energia per portare in porto il concorso, sia pur in modalità diversa dalla tradizione ventennale. Infatti le procedure concorsuali si sono svolte in remoto.

Noi abbiamo partecipato con l’ultimo numero del giornale, la giuria ha lavorando alla lettura e valutazione dei giornali cartacei e on line pervenuti; la cerimonia di premiazione si è tenuta il 26 giugno 2020 in videoconferenza e contestuale diretta Face-book;

Il video è ancora disponibile sul sito dell’Istituto Don Lorenzo Milani di Mananocalzati:

https://www.icmanocalzati.edu.it/

Il nostro giornale si è aggiudicato il premio speciale ALTIERO SPINELLI

Con la seguente motivazione

Altiero Spinelli lascia una traccia indelebile nel processo di costruzione della nuova Europa e anche se questa non sempre va nella direzione da lui auspicata le sue intuizioni restano fondamentali per il moderno pensiero europeista. Egli, infatti, non si limita a ideare una nuova struttura istituzionale del vecchio continente ma offre una indicazione per gli stessi Stati nazionali affinché non cedano alla deriva nazionalista che è stata la condizione base dello scoppio dei due conflitti mondiali del Novecento. Nella sua idea federativa non ci sono solo gli Stati come grandi apparati amministrativi ma espressioni culturali dove protagonisti diventano i popoli, i quali non concorrono tra loro ma intrecciano una feconda relazione coesistenziale che fa del pluralismo, dell’unità e della integrazione l’humus culturale della nuova Unione.

                                                                                           LA REDAZIONE

Finlandesi per una settimana

 

 

Erasmus: Diario di bordo di due studentesse

 

Come da tradizione consolidata,  anche quest’anno  alunni e docenti del nostro Istituto son al lavoro  ad un progetto  Erasmus+ KA2: “ Smart Travelling Around Europe: A Youth Guide for Sustainable Tourism”  (Viaggiare smart in Europa: guida per ragazzi al turismo sostenibile), importante traguardo che riconosce alla nostra scuola un percorso di qualità. Il progetto ha come focus mobilità, cooperazione e imprenditorialità nel campo del turismo ecosostenibile e inclusivo. Coinvolge istituti stranieri islandesi, finlandesi, tedeschi, spagnoli e greci da anni partner della nostra scuola.

I partenariati per scambi fra scuole KA2 Erasmus+ hanno principalmente lo scopo di promuovere la cooperazione e sviluppare contatti tra alunni di diversi paesi.

Purtroppo, l’emergenza sanitaria ci ha costretti a rinviare la maggior parte delle mobilità all’estero ma non è riuscita a  bloccare il desiderio dei nostri ragazzi di conoscere nuove culture, crescere e maturare, valorizzando le differenze senza pregiudizi. La cooperazione fra docenti e alunni delle diverse nazioni continua in modalità virtuale in attesa di tornare presto a “spiccare il volo”.

Due alunne che nell’ambito di questo progetto sono state ospitate in Finlandia lo scorso gennaio, hanno redatto un diario di bordo che pubblichiamo per condividere  questa loro impagabile esperienza.

 

 

16 gennaio 2020 – Siamo emozionatissime, questa  mattina siamo partite per la Finlandia prendendo i nostri primi aerei con destinazione Helsinki, la meravigliosa capitale finlandese. Arrivate in serata, abbiamo proseguito il nostro viaggio con un pullman diretto a Lahti. Questa città, eletta  European Green Capital 2021,  ci ospiterà per una settimana. Qui siamo state  festosamente

 

 

 

accolte dalle famiglie ospitanti. Ora siamo un po’ infreddolite ma entusiaste, ci sembra di vivere  un sogno!

17 gennaio 2020 – Abbiamo  trascorso l’intera giornata a scuola, la storica  Lahden Yhteiskoulu fondata nel 1896. È bellissima e molto grande, è formata da 3 edifici di cui uno storico  che ha ancora i banchi, le cattedre e gli arredi dell’800. È un onore partecipare alle attività didattiche in quello che è considerato il migliore  sistema scolastico al mondo!

18 gennaio 2020 – Questa giornata è stata per noi unica e irripetibile! L’abbiamo trascorsa al Messilä winter sports centre, un’immensa struttura dedicata agli sport invernali che ha spesso ospitato gare internazionali. I suoi vertiginosi scivoli dedicati allo ski Jumping attirano atleti da tutto il mondo.

 

19 gennaio 2020 – Questa splendida domenica siamo liberi di divertirci con tutti i ragazzi Erasmus! Non pensavamo che si sarebbe potuto creare un gruppo così unito nonostante parlassimo lingue diverse. Le “barriere linguistiche” sono passate in secondo piano perché prevaleva sempre la voglia di stare insieme. Ci riteniamo delle ragazze fortunate perché quest’esperienza ci ha dato la possibilità di conoscere persone fantastiche provenienti da altri paesi, con cui abbiamo condiviso momenti divertenti e indimenticabili.

20 gennaio 2020 – Abbiamo vissuto un’autentica esperienza finlandese al Siikaniemi camp: dopo una lunga e rilassante sauna, ci siamo temprate con un bagno nel lago ghiacciato!

 

21 gennaio 2020 – Oggi siamo state a  Helsinki. Situata sul mare, Helsinki è una città solare e piena di vita nonostante il suo clima polare! Qui abbiamo  visitato la cattedrale di San Nicola, il simbolo più famoso della città, l’immenso museo della scienza dove, tra l’altro, vi era una mostra sullo sviluppo sostenibile e il tribunale. Dopo tanta cultura ci siamo concesse …. shopping a volontà.

22 gennaio 2020 – Purtroppo la nostra settimana finlandese è volata via! Oggi si torna a casa.

Quest’esperienza, breve ma intensa, ci ha aperto gli occhi, il cuore e la mente.  Ha permesso ai nostri pensieri di volare (non solo con l’aereo). Inoltre, ci ha fatto conoscere una realtà differente staccandoci dalla “nostra” quotidianità e facendoci vivere in modo intenso il brivido e le emozioni  in ogni situazione.

Ciascuna di noi considera questo viaggio indimenticabile anche grazie alla persona con cui ha vissuto quest’esperienza: la  migliore Amica. Stare insieme è stato indispensabile non solo nei bei momenti, ma soprattutto in quelli in cui qualcosa non andava secondo i piani. Proprio in quei momenti, esserci l’una per l’altra, si è rivelato fondamentale per affrontare tutte le difficoltà. Così, anche se a chilometri di distanza, ci sentivamo comunque a casa.

Francesa Perrucci

Dominga Armenti

E FU SUBITO DIDATTICA A DISTANZA

 

É ripartito un nuovo anno scolastico e con esso si è riaperto tutto il comparto scuola, riadattato a misura Covid.

Prima dell’avvio del nuovo inizio didattico siamo stati boicottati da una serie di informazioni che vagavano tra: banchi singoli con le rotelle, postazioni box in plexiglas, ingressi contingentati, gel igienizzanti, mascherine, distanza di sicurezza; un frullato di ipotesi formulate per controllare l’eventuale infezione dal virus. I dati, a settembre, riguardo il contagio non erano affatto confortanti tanto che gli istituti avevano stilato un vademecum sul comportamento che andava attuato a scuola per prevenire e contenere la diffusione del Coronavirus.

La frequenza in presenza iniziata il 24 settembre, purtroppo ha avuto vita breve, circa quaranta giorni, nell’arco dei quali spesso riecheggiava l’ipotesi di una DAD che si è confermata e riaccomodata, a partire dal 31 ottobre, con l’appellativo di DID. Estesa in un primo momento a tutte le scuole di ogni ordine e grado, successivamente alle sole scuole elementari e medie.

Le porte della “scuola casalinga” si sarebbero dovute chiudere il 24 novembre, così non è stato perché a tutt’oggi, 16 dicembre, i ragazzi continuano a essere proiettati per sei ore al giorno dietro lo schermo di un PC. Una scuola, dunque, che non riesce ancora a liberare le catene dal virtuale per ritornare alle buone e autentiche abitudini.

La mitica didattica digitale, usando un fraseggio biblico, non è proprio cosa buona e giusta. Il concetto e la pratica di un insegnamento fatto a distanza, digitalizzato, deve essere assolutamente abolito.

La scuola va considerata come una grande fabbrica del sapere dove giornalmente si apprende e si costruiscono le basi per l’avvenire dei nostri figli. Per fare in modo che ciò avvenga in maniera produttiva non si può interagire a distanza, i ragazzi hanno bisogno soprattutto di relazionarsi con i compagni e, mediante lo scambio diretto di nozioni con i docenti, dato che la formazione deve compiersi attraverso l’istruzione e i rapporti umani, qualità fondamentali per la crescita di ogni alunno. Inoltre, la DID diviene un mezzo esclusivo e non inclusivo se pensiamo a quei ragazzi con problemi famigliari o con disabilità.

Un altro aspetto che si è mostrato sin da subito inquietante, nonché paradossale, in vista delle regole fondamentali da seguire, riguardava i mezzi di trasporto utilizzati dagli studenti per poter raggiungere le sedi scolastiche.

Però, guarda caso, i riflettori sono sempre accesi sulla movida, sugli assembramenti e sul mancato rispetto delle regole, trasgredite dalla maggior parte dei ragazzi. Se è vero che va condannato un comportamento inadeguato che non si confà al periodaccio che stiamo vivendo, è altrettanto vero che, pensando a una scuola “in sicurezza”, e prevedendo il ritorno di una seconda ondata del virus in autunno, come realmente accaduto, probabilmente bisognava analizzare tutto, opportunamente già la scorsa estate, trovando una soluzione adeguata anche per i bus che pare dovessero avere una capienza ridotta all’80% e in realtà sono stracolmi come sempre. Continuiamo a brancolare in uno stato di disorganizzazione e confusione, auguriamoci che il Natale porti, con la nascita del Bambinello, un’aria più distesa e che col nuovo anno la scuola possa riprendere la sua centralità in presenza e in modo continuativo.

Confidiamo in un 2021, che possa restituirci la normalità di cui spesso abbiamo abusato e di cui ora ne consideriamo l’assoluto valore, in grado di renderci effettivamente liberi.

ELISANNA LONGO

IL CORONAVIRUS HA TRASFORMATO GLI ASPETTI DINAMICI DELLA SCUOLA:

L’ALTERNANZA E I PROGETTI EXTRACURRICULARI

Quest’anno la scuola ha dovuto chiudere i cancelli con molto anticipo a causa del COVID-19 che ci ha messo in quarantena forzata per due mesi e mezzo.

Nell’arco di questo tempo ho sempre sperato di poter ritornare tra i banchi di scuola, seppure con la distanza di sicurezza, guanti e mascherina. Ci ho creduto e sperato fortissimamente, sino a quando col decreto del 26 aprile è arrivata la conferma che mai avrei voluto ascoltare, quella che annunciava la chiusura delle scuole sino al termine di quest’anno scolastico; per cui ho continuato a seguire le lezioni attraverso la didattica a distanza, la stessa che da maggio ci ha offerto anche la possibilità di poter seguire l’alternanza.

Sinceramente, credo che l’alternanza non può essere praticata attraverso una video-lezione; certamente non ha suscitato in me lo stesso interesse e coinvolgimento che è presente svolgendola praticamente. L’alternanza ai tempi del COVID-19 è diventata piatta, una lezione come tante altre che seppure interessante perché ci ha fornito indicazioni sulla stesura di un curriculum-vitae, non ha avuto la stessa efficacia dell’alternanza dove poter mettere a punto l’esecuzione a livello pratico di un lavoro.

L’apprendimento e la formazione del lavoro non può passare solo attraverso nozioni dettate tramite uno schermo. È mediante l’operatività che si entra in sintonia funzionale affinché si realizzi concretamente un lavoro, qualunque esso sia.

Il COVID-19, purtroppo, ci ha tolto tanto, anche questo mezzo efficacissimo che ci torna utile al fine di far progredire quel processo lavorativo che nasce nei banchi di scuola e si concretizza in maniera dinamica presso un vero ambiente di lavoro. Siamo in una fase di rinascita e l’augurio che sento di fare a me stesso e a tutti, è quello di poter riprendere la vita del pre-Covid-19, perché oggi più che mai comprendo l’importanza della scuola e di tutto ciò che offre anche a livello di progetti extracurriculari, anche questi ripresi in video-lezione. È un vero peccato, se penso al progetto “Qui redazione De Lilla” che mi stava aprendo nuovi orizzonti sul mondo del giornalismo visto da parte di chi ogni giorno è dentro la notizia. Avevamo iniziato con l’esplorare gli studi di Telebari da dove giornalmente si trasmettono vari programmi e telegiornali; questo interessantissimo percorso si è bloccato qualche giorno prima del lockdown.

C’è didattica e didattica, non tutto può essere svolto attraverso video-lezioni, l’esercizio mentale deve andare a braccio con l’esercizio pratico.

Speriamo che la bella stagione, appena iniziata, porti via per sempre questo mostro e che a settembre posso ritornare libero in tutti i sensi, di riprendere la frequentazione scolastica tradizionale che mi permette di vivere la scuola in maniera statica attraverso lo studio, e in maniera dinamica attraverso l’alternanza.

 

LICIO SCELSI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SENTI CHI PARLA!

LA SCUOLA al tempo del  COVID-19. UN FALLIMENTO!

Noi ragazzi che affrontiamo la scuola in prima persona, abbiamo tutti la stessa idea.

Mi domando: “Il Ministro dell`Istruzione per noi cosa ha fatto?

Una domanda con una risposta ovvia..

i trasporti sono stati SOTTOVALUTATI al 100%, i mezzi pubblici la mattina, sono stracolmi di ragazzi, ragazze, adulti e anziani!

Sono stati  spesi soldi per dei banchi a rotelle inutili, invece di spenderli  per dei tablet che sarebbero potuti servire (SERVONO) a molti ragazzi.

Avevano poi  “ben” pensato di far entrare i ragazzi alle ore 09:00 del mattino per non riscontrare il problema degli assembramenti dei mezzi.. ma viene spontanea la seconda domanda: “I ragazzi entrando tutti alle ore 09:00 e non alle ore 08:00, non si assembrano lo stesso?”

Ed anche questa mia domanda ha avuto una risposta ovvia: hanno chiuso le scuole! Si, hanno chiuso le scuole perche’ il tutto non è stato gestito a dovere, non ci si è resi conto della gravita’ del problema, non si sono volute comprendere le nostre necessita’  riguardo ai trasporti e alla loro sicurezza!

Altro grande fallimento.. i banchi a rotelle!

Mi chiedo ancora il motivo per cui sono stati realizzati.. vista la loro inutilita’.

Altri banchi a rotelle in arrivo ma studenti in didattica a distanza a casa, e moltissimi di loro non possono nemmeno connettersi.

Uno spreco enorme, una montagna di denaro che poteva essere usato per tablet, computer e connessioni Internet per le famiglie e per tante altre cose che nelle scuole mancano. Tutto ciò: “Il simbolo di un fallimento!”

Ed ora ci ritroviamo in didattica a distanza. La didattica a distanza e’ comunque un ragionevole modo per poter proseguire con le lezioni, senza essere a rischio.

Non possiamo non notare l`accanimento di tutti i ragazzi e delle loro famiglie nel voler rientrare a scuola, ma noi crediamo che le scuole debbano essere riaperte in sicurezza, noi ragazzi vogliono studiare senza rischi, in fondo il diritto allo studio e il diritto alla salute sono egualmente  IMPORTANTI e non devono essere sottovalutati.

Confidiamo pertanto in una ripresa scolastica in sicurezza, in una ripresa economica e soprattutto in una ripresa della vita normale. Cogliamo l’occasione per ringraziare i nostri docenti, che nonostante la DAD con il loro amore e la loro dedizione hanno fatto di tutto per rendere la scuola VIVA.

 

                                                                                                           CLAUDIA SCAMARCIA

PANDEMIA DA CORONAVIRUS:

TRA FAKE NEWS E REALTA’

All’inizio di quest’anno è scoppiata una malattia che ha sconvolto le nostre vite e le nostre abitudini. Tutto è iniziato nella città di Wuhan, in Cina, tra pazienti che avevano sviluppato una polmonite, senza una causa chiara.

A tal proposito, facciamo un passo indietro. Già nel 2015 un gruppo di ricercatori cinesi aveva innestato la proteina superficiale di un Coronavirus, trovato nei pipistrelli, su un virus che provoca la SARS, la polmonite acuta, nei topi. Si sospettava che l’esperimento avrebbe potuto colpire l’uomo, e infatti è proprio la molecola SHC014 che permetterebbe al Coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie, scatenando la malattia; ad oggi quel che è certo che non vi sia alcun legame tra i due virus: pipistrello e topo. Ad inquinare la verità su quali siano state le cause che hanno scatenato questa pandemia, anche il virologo Luc Montagnier, insignito nel 2008 del premio Nobel per la Medicina, ha voluto esprimere il suo parere sostenendo che il nuovo Coronavirus fosse stato manipolato in laboratorio. Anche questa tesi è stata smentita poiché la credibilità dello stesso Montagnier è da tempo messa in dubbio per aver sostenuto diverse teorie antiscientifiche, tra cui quella che lega vaccini e autismo. Nel lontano 2010 incominciarono a diffondersi teorie sulla Gates Foundation, di cui era proprietario Bill Gates, magnate già della conosciutissima Microsoft, il quale promuoveva la proprietà intellettuale dei vaccini come unico modo nella ricerca delle cure. Inoltre, lo stesso Gates, pare abbia sostenuto che il pianeta sia sovrappopolato rispetto alle risorse disponibili, e che quindi “lavorando bene con i vaccini”, la sanità e la salute potevano essere diminuite del 10-15%.

Diciamo che i complottisti hanno trovato terreno fertile per riesumare o stravolgere notizie datate che al momento risultano essere assolutamente fake.

Sempre loro, i complottisti, hanno messo in piazza teorie “fresche” che stavolta hanno coinvolto tecnologia con riferimento al 5G, e politica affermando che il virus sia stato creato ad hoc dai governi per controllare le persone.

Se vogliamo attenerci a fonti attendibili, dovremmo purtroppo dire che ad oggi non si è ancora capito cosa abbia realmente sviluppato questo virus.

L’epidemiologo dott. Lopalco ha affermato che tutte le epidemie arrivano e passano, la storia ci insegna che spesso abbiamo due ondate pandemiche: la prima significativamente drammatica; la seconda più leggera perché il virus trova un accordo con l’ospite umano così da circolare tranquillamente senza avere grossi impatti sulla salute pubblica. Inoltre Lopalco, riferisce di un vaccino messo a punto dai ricercatori cinesi, in una prima fase di sperimentazione, sembrerebbe essere in grado di stimolare una buona risposta anticorporale; si tratta di un vaccino basato su un virus modificato che diventa vettore della proteina spike del SARS-coV-2. Nonostante i risultati incoraggianti, il tema è complesso e bisognerà aspettare risultati e tempi più significativi.

Solo in Italia ci sono stati 34.657 decessi (dato aggiornato al 22 giugno 2020) e nonostante stiamo vivendo una terza fase che ci ha sbloccati dal lockdown, dobbiamo continuare a essere molto prudenti perché il virus non è stato debellato e pertanto dobbiamo attuare misure di igiene che ci permettono di contenere il contagio: distanziamento sociale, lavare spesso le mani, utilizzo della mascherina.

Ora possiamo concederci qualche passeggiata, incontro tra amici e qualche acquisto! Per molti tutto ciò sta rappresentando una liberazione tanto da mettere in pratica comportamenti di assoluta inciviltà, perché oltre alle mancate misure di contenimento è tornata più prepotente che mai quella forma di inciviltà perenne in molti individui, che persevera ed è incallita. Mi riferisco a quelli che non hanno un buon rapporto con i bidoni della spazzatura e preferiscono lasciare bottiglie di birra, cartoni di pizza, accompagnati da mascherine e guanti, sui marciapiedi, per strada, o addirittura ai piedi di un monumento storico. Questo virus avrebbe dovuto cambiare la nostra visione interiore per mostrarla più lucida e riflessiva verso l’ambiente che ci ospita e verso il prossimo. Ora più che mai l’attenzione deve restare alta cercando di vivere gli spazi aperti attuando norme igieniche più accurate e attente.

Purtroppo temo che gli abbracci, i baci e lo stare assieme dovranno farsi attendere ancora per molto poiché la convinzione di tanti è quella di essere invincibili contro il COVID-19 e che lo stesso sia stato definitivamente annientato.

Tre mesi fa non facevamo altro che ripetere “andrà tutto bene”; penso che dovremmo riformulare l’augurio con una variazione: “cerchiamo di imparare a diventare civili se vogliamo che vada davvero tutto bene”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LICIO SCELSI

 

 

 

                Fake news sul Coronavirus.

 

 

 

Il termine inglese “fake news” indica tutti quegli articoli dove le informazioni riportate sono inventate, ingannevoli o distorte, scritti con lo scopo di ingannare e di creare scalpore, guadagnando di conseguenza molto denaro. Inizialmente erano diffuse grazie ai grandi media (televisioni, testate giornalistiche), ma ora a causa di internet le notizie false sono aumentate a dismisura. Una chiara dimostrazione di questo fenomeno che ormai sta spopolando su internet sono proprio questi articoli scritti durante questo periodo di pandemia con l’obiettivo di creare terrore nella popolazione mondiale: Il virus arriva in casa tramite l’acqua dei rubinetti. Notizia assolutamente smentita in quanto il covid-19 si diffonde tramite le goccioline del respiro delle persone infette.

Gli animali domestici possono diffondere il virus.  Un’altra notizia palesemente fake in quanto cani e gatti non contagiano gli esseri umani. A causa di questa bufala, è aumentato il numero di animali abbandonati. La croce rossa è intervenuta in merito alla questione, spiegando nel dettaglio tutti i tipi di virus simili al corona virus che possono colpire gli animali.

Per evitare il contagio, basta assumere aglio, cipolla e vitamina C.

Purtroppo questa “pseudo terapia” non è veritiera. Non basta assumere questi principi attivi per evitare il contagio. Il colore del sangue di una persona sana è diverso da quello di una persona infetta. La notizia si è diffusa a causa di un tik tok realizzato da un dottore (si definiva così il sottoscritto), mostrando un campione di sangue di una persona sana e mettendolo a confronto con quello del paziente zero per giunta. Questa informazione è priva di fondamento e lo stesso disseminatore di questa fake news ha poi chiesto scusa per averla diffusa. Il virus muore raggiunti i 28 gradi.  Anche quest’ultima è completamente falsa. C’è sicuramente una temperatura a cui il virus muore, ma purtroppo non è quella indicata di 28 gradi. Di conseguenza, non è detto che in estate non ci sia alcun pericolo.  – Il coronavirus rende sterili, soprattutto gli uomini

FALSO! Non ci sono evidenze scientifiche che l’infezione da nuovo coronavirus sia causa di sterilità femminile o maschile. – La Tachipirina cura l’infezione da nuovo coronavirus FALSO! La tachipirina svolge un’azione antipiretica ed è quindi molto utile in caso di febbre alta, ma non cura l’infezione da nuovo coronavirus.

Gabriella Foti

 

 

L’ossessione per il Covid 19

Il Covid 19, conosciuto anche come corona virus, è appunto un virus venuto a crearsi in Cina e in seguito, diffuso in tutto il mondo a causa del menefreghismo da parte di persone al potere. L’Italia è tra gli stati colpiti, infatti il 9 marzo è iniziato il lockdown che prevedeva la chiusura di luoghi comuni, dove solitamente si recavano tutti, eccetto strutture di bene primario (supermercati ecc). Prevedeva anche l’obbligo di rimanere in casa per evitare di creare assembramenti e di aumentare i contagi. Il Covid non solo ha causato un drastico calo demografico ma ha avuto effetti negativi sulla psiche di milioni di persone.

Innanzitutto ha limitato la libertà di moltissime persone, costringendole a rimanere in casa per circa due mesi, senza aver contatti fisici con parenti, amici ecc. Inoltre, non solo gli adulti hanno sofferto in questo lungo periodo ma anche i bambini che, non capendo bene la situazione e non riuscendo a darsi una spiegazione a questo cambiamento improvviso, non potevano uscire all’aria aperta per giocare nei parchi.

A questo si aggiunge anche la paura che ormai ha preso possesso della mente: ognuno di noi ha timore di andare al supermercato, di prendere un mezzo pubblico, di camminare per la città e di avere contatti con persone che risiedono nelle aeree con più contagiati. Di conseguenza, si ha una perdita di controllo dovuta alla mancanza di libertà. Purtroppo però, un altro problema è il desiderio irrefrenabile di ricevere informazioni che ha spinto la popolazione ad affidarsi anche alle cosiddette “fake news”.

Secondo noi, questo disagio poteva essere evitato se avessimo affrontato con serietà e avessimo eseguito attentamente le norme di sicurezza da applicare in casi come questi.

 

 

                                                                                  Gabriella Foti

 

INTERVISTE in tempo di pandemia:

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista in modalità Skype ad ANTONIO STORNAIOLO

 

 

 

 

 

 

 

D: La sua carriera  nel mondo dello spettacolo nasce nel lontano ’85 con l’amico e collega Solfrizzi col quale formaste la coppia “Toti e Tata”. Da cosa nacque l’idea e il nome del duo?

 

R: L’idea di fare coppia nacque dal fatto che noi siamo stati compagni di scuola al liceo e dunque abbiamo cominciato a frequentare il comico come disciplina ­- esagero naturalmente-  per evitare di essere interrogati e cercare di conquistare le ragazze che frequentavano la nostra scuola, cioè non avendo dalla nostra come si vede la bellezza cercavamo di essere simpatici  con i professori per non essere interrogati; facendo il classico all’epoca, nel lontano ’85 come dici tu, latino e greco erano tosti quindi non sempre svettavamo, allora cercavamo almeno di renderci umani simpatici e infatti i professori ci trattavano non così male come meritavamo proprio perché si capiva che facevamo un po’ di “ammuina” come si dice a Napoli per essere gioiosi in classe e contemporaneamente usavamo questa simpatia, di cui pensavamo di essere dotati, per conquistare qualche ragazzina della nostra età e trascorrere insieme il sabato, ecco lì andava un po’ meno bene che con i professori, diciamo non abbiamo avuto grandi successi sentimentali romantici non ci si filavano molto le ragazze all’epoca; con i professori invece questa tattica del comico funzionava ci chiamavano i garruli e devo dire che se qualche anno abbiamo evitato la rimandatura è stata proprio grazie al fatto che abbiamo giocato con la parola che abbiamo provato a far ridere. Il nome Toti e Tata poi è nato così per caso era molto assonante, a me mi hanno chiamato Tata sin da ragazzino, sin da piccolo, allora dovendo trovare un po’ un nome di coppia Toti e Tata ci sembrò il nome giusto, non lo era assolutamente perché sembrano quasi due cartoni un nome di due personaggi di un cartone animato però in fondo noi quello siamo, quindi si, Toti e Tata è uscito fuori così.

 

D: Come mai nel  ’98 il vostro percorso artistico si divide?

 

R: Si divide perché noi eravamo diventati famosissimi in Puglia lo diciamo sempre ridendo e scherzando ma all’epoca eravamo famosi in Puglia come Michael Jackson nel resto del mondo. Ci conoscevano tutti da Foggia a Lecce però fuori dalla Puglia eravamo poco conosciuti perché il nostro successo, che era nato specialmente nei teatri pugliesi e nelle emittenti territoriali dell’epoca, che ci mandavano in onda e facevamo degli ascolti a volte più alti di Rai 1, quindi veramente la Puglia era la nostra roccaforte però non ci bastava più, non bastava più specialmente ad Emilio che un giorno mi disse: ”senti io vorrei andare, vorrei provare perché io da grande vorrei fare Robert De Niro, vorrei diventare come Dustin Hoffman, vorrei diventare come Alberto Sordi se rimango in Puglia non ce la faccio che dici se andiamo a Roma a tentare fortuna?” Siccome, come hai detto tu, sono stato adottato dalla Puglia ma sono di origini napoletane quindi sono  un po’ più serafico, calmo, tranquillo, io lavoro per vivere non vivo per lavorare dissi a Emilio a me di venire a Roma non mi interessa io preferisco rimanere qua, vai tu vedi che succede se va bene poi io nel caso ti raggiungo, e così ci dividemmo ma in maniera molto cordiale insomma, lui andò a Roma a tentare la carriera d’attore, che devo dire gli è andata molto bene, per poi tornare a Bari, per poi ritornare a Roma, per poi tornare in Puglia. Noi oggi facciamo tantissime serate insieme, facciamo tanti spettacoli, facciamo anche dei programmi delle dirette social ma naturalmente ognuno di noi però ha la sua vita. Io sono diventato più presentatore che attore, lui più attore che comico. In alcune situazioni ci siamo completati nella nostra carriera personale ma devo dire che nessuno dei due riesce a  fare a meno dell’altro perché ogni tanto abbiamo bisogno di stare insieme sul palco per sfogarci un po’.

 

D: Lei nasce come comico, ma  al cinema e in televisione ha spesso interpretato ruoli intensi. In quali panni si sente più comodo?

 

R: Si è la verità,  più che ruoli intensi mi hanno fatto fare il cattivo perché dicono che ho la faccia da cattivo però nella vita sono mansueto, ecco proprio l’aggettivo adatto è questo, però si lavora molto per caratteri, naturalmente nelle fiction è in un certo cinema; e quindi spesso mi hanno chiamato per questo volto segnato, ho ammazzato decine di persone, ho fatto stragi, sono stato malavitoso, sono stato il fascista cattivo, sono stato il vizioso che va a importunare  le donne; tutti i ruoli peggiori li ho fatti io al cinema.  Uno bello che mi è piaciuto tantissimo è stato il padre di Domenico Modugno nella fiction di Rai1 dedicata al grande cantautore di origini pugliesi, lì ho fatto il papà di Modugno, il papà di Beppe Fiorello e mi sono trovato benissimo perchè ero diventato da poco papà  quindi è stato un ruolo che mi ha regalato molta dolcezza. Ho fatto anche il ruolo di presentatore quindi quando faccio il presentatore sono normale né buono né cattivo. E’ sempre bello fare il buono ti accaparri le simpatie della gente, ad esempio sono stato quello che all’epoca in Distretto di Polizia ha ammazzato Ricky Memphis, non ti dico il giorno dopo la messa in onda della puntata ricevevo telefonate minatorie a casa, sui social, – vergognati – e io dicevo non c’entro niente, quella è una parte, però non sempre questo viene compreso.

 

D: Ha fatto cinema, televisione, teatro e anche radio. Insomma non si è fatto mancare nulla! Se dovesse scegliere tra queste forme di spettacolo a cosa non rinuncerebbe?

 

R: Sicuramente al teatro e al palcoscenico, io amo il teatro e in ogni caso le rappresentazioni e le manifestazioni live perché secondo me è in quel contesto che l’artista riesce ad esprimersi al meglio e soprattutto in quel contesto in cui veramente avviene uno scambio. Poi gli spettacoli che facciamo noi o anche io quando presento faccio gli spettacoli da solo sono sempre spettacoli molto interrativi  dove cerco continuamente il rapporto col pubblico, con l’altro, con chi mi è di fronte perché sono convinto che la scena teatrale non sia solo quella del palco ma la scena teatrale completa, e può dirsi tale, solo quando ne fa parte anche la platea.  Quindi io credo che il rapporto col pubblico abbia un valore inestimabile per un’artista perché questo scambio di umori e di interazione è fantastico.

 

D: Per lei qual è il significato di talento?

 

R: Il talento è un dono, però Il talento senza la competenza non serve a niente, non solo nella mia professione, in tutto quello che si fa; quindi il consiglio che posso dare è accorgersi di avere un talento e coltivarlo e, per coltivarlo è giusto studiare, cioè se uno ha talento e non studia gli può andare bene probabilmente però non sarà mai contento perché non riuscirà mai ad esprimersi bene e nessuno potrà mai dirgli: ”se tu avessi studiato, invece di vincere solo un Oscar ne avresti potuto vincere quattro Oscar”. Così anche in tutte le professioni in tutti gli altri mestieri della vita dal più umile al più importante, è necessario scoprire di avere il talento per quel mestiere, per quella professione e poi studiare, dico una frase tipica pugliese: – non si nasce imparati – una frase che, declinata diversamente credo si usi in tutto il paese ma, bisogna studiare, quelli che dicono mi sono laureato all’università della strada, oppure è inutile studiare, dicono una grossa fesseria, non si rendono conto di quello che dicono, proprio perché non hanno studiato, perché chiunque invece ha seguito degli studi sa che è necessario farlo.

 

D: Cosa pensa a riguardo dei talent show?

 

R: Se scoprono talenti, non li sfruttano dandogli quattro soldi e poi mandandoli o parcheggiandoli in garage per il resto della loro vita, e che se mentre partecipano ad un talent subito dopo studiano canto, o studiano recitazione per andare avanti, credo sia un’ottima cosa perché in fondo sono dei programmi democratici, danno a tutti e a tutte la possibilità di mostrare il proprio talento, quindi non parto assolutamente prevenuto, mi dispiaccio però, se questi talent si riducono solo allo sfruttamento momentaneo di un istinto artistico.

 

D: Ad un giovane che intende approcciarsi al mondo dello spettacolo che consiglio darebbe?

R: Scoprire di avere il talento, studiare, studiare, studiare, inoltre credo sia arrivato il momento anche in questa professione di specializzarsi, ovvero mentre prima era faccio l’artista, faccio l’attore, faccio il cantante, faccio il musicista, ora devi decidere se vuoi fare l’attore della fiction, il doppiatore, lo stuntman, il cantante, il musical; bisogna avere le idee chiare perché i posti sono pochi, la crisi c’è del settore, ma sappiamo benissimo che c’è la crisi di tutti i settori, ormai, quindi bisogna specializzarsi, ovvero essere pronti ad angolo giro, cioè a 360° con il collo che gira anche se non ce la fa a guardarsi intorno per vedere cosa c’è e  cogliere tutte le opportunità, però all’interno di questa scelta avere degli assi nella manica da poter usare per dimostrare di saper fare veramente bene quello in cui si è specializzati.

 

D: Nella sua scala di valori cosa mette nei  primi 3 posti e perché?

 

R: Nei primi tre posti non posso che mettere le cose più semplici del mondo, non gli do neanche una classifica, però tre cose importanti secondo me sono: la salute, l’amore e la pace.  Dentro la pace ci metto tutto, ci metto la solidarietà, la capacità di stare con gli altri, la capacità di accontentarsi; nell’amore ci metto la voglia di scambiarci un saluto; nella salute ci metto non solo la mia, anche quella degli altri. Io credo,- ho una certa età – e ho capito fino ad ora di questo passaggio sulla terra che non si può essere felici in mezzo agli altri che sono infelici, cioè uno può essere veramente felice solo se anche chi c’è accanto a te è felice, altrimenti è una falsa felicità, spesso solo materiale che non ti porta sempre gioia; io tante volte sono stato felice con pochissimo e tante volte quando ho avuto tanto, invece, ero un po’ teso, un po’ non contento di me.

 

D: Ha mai ricevuto critiche negative in merito alla sua carriera? Qual è stata la critica che l’ha ferita di più?

 

R: Uhhhhhhhhhhhhhhh, e non aggiungo altro ma quello fa parte del gioco, è normale che ci siano le critiche negative bisogna sempre prenderle in considerazione, non bisogna mai buttarsi giù, capire che da una crisi si può uscire, capire che spesso si sbaglia, non bisogna essere presuntuosi! Un’altra cosa che ho capito è che nella vita, sembra triste la cosa ma invece è molto bella, non c’è il bianco il nero ma c’è il grigio, sembra un colore triste invece è un colore elegante, le critiche fanno bene, io ne ho ricevute, ancora né riceverò, ma è anche vero che se non risichi non rosichi, oppure chi non rosica non risica, però se non giochi a risico non la risolvi, ecco, mettiamola così!

Ti devo dire sinceramente non me lo ricordo perché essendo critiche sempre basate sul lavoro , come ho detto prima per me il lavoro è una parte della mia vita ma non è la mia vita, quindi può darsi pure che a me da una parte mi sono entrate da un orecchio, le ho elaborate, ho capito dove ho sbagliato, le ho fatte mie queste critiche e poi come mi sono entrate mi sono uscite, anche perché non sono un tipo che rimugina, nè sono un tipo vendicativo – quindi tu mi hai detto quella cosa e io non la dimenticherò finché vivrò, no assolutamente, quindi non ti saprei dire, mi avranno detto che sono stato ciuccio in scena, o che sono stato ciuccio in un film, o che sono stato ciuccio a fare qualcos’altro, questo, ma non mi ha mai ferito più di tanto perché ripeto fa parte del gioco.

D: Attualmente sta seguendo qualche progetto? Ci sono progetti futuri?

 

R: Siamo stati un po’ fermi per colpa di questa quarantena però con Emilio abbiamo uno spettacolo dedicato a Shakespeare che si chiama “Tutto il mondo è un palcoscenico” che stiamo portando in giro per l’Italia; devo dire molto divertente, coinvolgente e chiama il pubblico in scena, è forte come cosa, uno entra credendo di trovare la solita messa in scena paludata su Shakespeare, invece se ne esce avendo  appreso 3, 4 informazioni che non aveva su questo grandissimo drammaturgo, e si è fatto pure 3, 4 risate; poi sto preparando una conversazione sulla poesia italiana del ‘900 dedicata alle scuole superiori; con Emilio stiamo preparando un programma che si intitola “Vacanze pugliesi” che andrà in onda a breve dedicato alla Regione Puglia e a quanto questa regione merita di essere visitata, non solo dai turisti stranieri, sia  di altri paesi europei che mondiali, ma dagli stessi pugliesi. È un programma che racconta la Puglia, quante cose belle ci sono in questa regione per le quali, forse, vale la pena di rimanere qui quest’estate invece che andare fuori e rischiare di essere bloccati perché magari succede un’altra cosa brutta, – facciamo le corna – però così è. Ecco questo è quello che sto preparando, quindi come vedi anche qui si passa dal teatro alla rete e ci sono anche dei progetti televisivi perché questo è un programma che andrà anche in onda su alcune televisioni.

 

D: Ci stiamo appena riprendendo dalla situazione COVID che ci ha messi tutti in quarantena. Per gli artisti questo momento è stato ancora più duro perché li ha privati del contatto col pubblico. Come sta vivendo questa fase di ripresa?

 

R: Noi non abbiamo ancora ricominciato, Licio ti dico la verità perché  l’ultima serata l’abbiamo fatta il 16 febbraio e adesso ricominceremo ad andare in scena gli inizi di luglio. Questo vuol dire che è stato molto pesante per noi lavorativamente, noi grazie a Dio abbiamo avuto la fortuna di avere potuto usare un po’ di fieno che avevamo in cascina ma, tanti e tanti nostri colleghi invece, si sono trovati in seria difficoltà perché magari erano all’interno di compagnie che stavano facendo dei giri, sono stati sospesi pagamenti; la situazione nel nostro settore non è delle migliori, naturalmente io sono solidale con chi in questo momento – lo dico perché so che è così – sta addirittura patendo la fame per questo fermo non biologico ma virologico del teatro e della  scena italiana,  spero che la macchina riprenda al più presto, dal 15 giugno e possibile organizzare manifestazioni ed eventi ma sappiamo benissimo che è solo una data di inizio, in realtà molte stagioni estive non sono partite e non partiranno, in realtà tante stagioni invernali sono ancora in forse, quindi il periodo non è dei migliori.

 

Stornaiolo ci ha trasmesso questo messaggio importante:

 

l’importanza dello studio è fondamentale per costruire qualsiasi lavoro e per potenziare doti naturali e talentuose. Bisogna apprezzare i valori umani di questo artista quando parla di solidarietà e gioia condivisa che ci permettono di essere disponibili e accoglienti verso gli altri. Ho conosciuto non solo un grande attore che abbraccia armoniosamente qualsiasi ruolo: drammatico, comico, brillante, ma soprattutto un grande uomo umile, simpatico e di raffinata cultura.

Ringrazio di cuore per la disponibilità e il tempo che Antonio Stornaiolo mi

ha donato per realizzare quest’intervista.

 

Licio Scelsi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La rinascita del Teatro Petruzzelli:

Il giorno 8 Febbraio noi della redazione “giornalino De Lilla”, siamo andati a visitare il Teatro Petruzzelli. Abbiamo visitato il foyer e rappresentava il suo ingresso. Al suo interno ci sono delle statue che rappresentano i musicisti importanti; nella parte antistante c’erano delle locandine che si salvarono durante l’incendio ed erano di personaggi famosi e avevano suonato nel teatro. Il Teatro ha vissuto in un periodo di ricchezza, ma fu fortemente danneggiato dall’incendio. Dopo l’incendio è stato chiuso per diciott’anni e nel 1993 ci fù il restauro della platea, la cupola fù interamente ricostruita. Alcune scoperte non sappiamo se vere, affermano che il teatro non era a norma. Il presidente della regione Michele Emiliano vide i documenti e per una clausola il teatro era di proprietà del comune.  Il 3 ottobre del 2006, il Teatro è stato espropriato in base ad un articolo collegato alla legge finanziaria del 2006 divenendo proprietà del Comune di Bari. Il 30 aprile 2008 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità dell’esproprio e ridato la proprietà del Teatro alla famiglia Messeni Nemagna per mancanza dei requisiti di “straordinaria necessità e urgenza” previsti dall’esproprio. Successivamente abbiamo visitato la platea: ha la forma tonda con due ordini di palchi completi e due laterali, una galleria centrale. I posti a sedere sono tremilacinquecento originali.

 

Alessia De Candia

Licio Scelsi

 

UN VIAGGIO NEL MONDO DELL’INFORMAZIONE: TELEBARI LA PRIMA TV NATA SUL TERRITORIO

Il 18 febbraio ci siamo recati presso gli studi di Telebari per comprendere meglio com’è strutturato il luogo dove vengono elaborate quotidianamente le notizie.

Telebari, presente ormai dal 1973, è stata la prima TV italiana privata che, grazie all’intuito dell’Ing. Mazzitelli, ha sfruttato il mezzo televisivo a livello locale per aggiornare gli utenti sui fatti relativi al capoluogo pugliese.

Agli inizi della sua storia si proponeva come TV via cavo, l’emittente disponeva di uno studio televisivo molto ben attrezzato per l’epoca, ubicato in posizione diversa rispetto a quella attuale. Le trasmissioni erano precedute da una sigla in bianco e nero realizzata con manichini snodati in legno, inquadrati in dissolvenza l’uno dall’altro in modo da simulare un’animazione.

Oggi cavalca con disinvoltura ed entusiasmo anche l’onda del digitale terrestre. Per i baresi Telebari è un’amica da sempre, perché sa ascoltare ed è pronta a dare risposte; continuamente in giro per la città con microfoni e telecamere che fanno da risonanza ai pensieri e alle parole della gente comune.

La rete, che vanta ormai un’esperienza ultra quarantennale, si è evoluta in tutti questi anni e la nostra visita ci ha consentito di esplorare ogni singolo studio dedicato ai vari programmi.

Il cuore pulsante dell’intera rete televisiva è la sala regia, composta da tanti monitor e da tanto personale tra cui il regista, che con l’aiuto degli assistenti si occupa dell’audio e della messa in onda dei programmi.

Durante la nostra visita era in onda il programma TB Sport condotto da Enzo Tamborra, il quale ci ha rivolto un saluto durante la diretta. Lo studio presenta i colori rigorosamente bianco e rosso e sullo sfondo spicca il simbolo calcistico del Bari.

Telebari possiede anche uno studio radiofonico “Radio Bari” dove viene trasmessa non solo tanta musica ma anche radiogiornali. Lo studio presenta uno stile essenziale con una postazione munita di microfono e cuffia.

Il fulcro di questa emittente è, senza dubbio, lo studio; dove giornalmente vengono trasmesse le varie edizioni dei TG, ma non solo, anche diverse rubriche tra cui una settimanale con il sindaco Decaro, al quale vengono formulate, in diretta dai cittadini, domande sulle varie problematiche dei quartieri. Questo studio è caratterizzato da uno sfondo con i colori azzurro e bianco che si intrecciano nel logo che contraddistingue Telebari: la caravella (emblema di San Nicola, Santo Patrono della nostra città).

Inoltre la nostra attenzione è andata su uno studio con pannelli azzurri sui quali primeggiano molti loghi di social network: WhatsApp, Twitter, Facebook, ecc. Qui vengono trasmessi approfondimenti sui pericoli che possono derivare dalla condivisione e pubblicazione in rete di immagini o video.

Questo viaggio nel mondo dell’informazione ci ha consentito di comprendere più approfonditamente il lavoro di una redazione giornalistica, una rete d’individui che si adoperano per fare la cronaca di tutto quello che avviene nel nostro capoluogo e nei vicini comuni. Un lavoro che va affrontato, come ci ha spiegato il giornalista Tamborra, senza essere molto timidi poiché si rischia di farsi prendere dal panico.

Siamo rimasti molto coinvolti da questa esperienza che ci ha visti, per un giorno intero, immersi in un’atmosfera dove si preparano notizie, talkshow, approfondimenti di ogni genere, al servizio di tutti.

Abbiamo compreso l’importanza che ha assunto la comunicazione in tutti questi anni perché ci consente di essere costantemente aggiornati in vari campi: politica, attualità, sport, cultura e spettacolo.

Inoltre, abbiamo puntato l’attenzione su ciò che sta contaminando l’informazione in questi ultimi anni, e cioè le fake news, verso le quali bisogna sempre ampliare le nostre conoscenze e verificare che le fonti dalle quali provengono siano attendibili, se non vogliamo incappare in una falsa visione della realtà.

 

LICIO SCELSI

 

ARPAN BARUA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Bari, per non dimenticare, una mostra sulla storia di Anna Frank

 

 

 

 

La città di Bari si prepara a celebrare il 20esimo anniversario dell’istituzione del ‘Giorno della memoria’.

Il giorno 22 Gennaio , noi ragazzi con le nostre docenti , ci recammo al Museo Civico di Bari , che offre mostre sulla storia di Bari , inclusi reperti e fotografie. Noi ci recammo lì per la mostra documentaria di una storia attuale , quella di Anne Frank.

All’interno di questo museo c’erano dei pannelli che illustrano il tema della persecuzione degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso la biografia di Anne Frank. Le fotografie, le immagini e le citazioni delle pagine del diario di Anne fanno emergere le condizioni in cui una famiglia ebrea  fu costretta a vivere durante il periodo nazista.Questi pannelli raccontano la storia di Anne e della sua famiglia da un lato, e gli eventi che stanno travolgendo lʼEuropa in quegli stessi anni dallʼaltro. Si presentano in rilievo temi quali lʼatteggiamento nei confronti degli ebrei, la Shoah e le violazioni dei diritti umani. La mostra ci invita a prendere parte attiva ai problemi del presente a partire dalla conoscenza del passato; in gran parte si focalizza sui diritti umani violati.  Alla fine di questa mostra hanno proiettato un video sulla storia di Anne Frank. E’ stata una giornata interessante e memorabile perché mi ha aiutato ad approfondire le mie conoscenze sulla storia di Anne Frank e per non dimenticare l’importanza del rispetto nella vita quotidiana.

Non bisogna giudicare le persone per come sembrano. A volte ci leghiamo molto ai pregiudizi e agli stereotipi nei confronti di una persona , senza sapere e considerare come sono e cosa hanno sofferto.

La discriminazione è un male che ci sarà sempre.

Anne frank mi ha fatto capire che è importante vivere la vita fino alla fine, gli errori possono capitare , ma bisogna viverli serenamente e pensare che nel futuro non si ripeta di nuovo.

Tamara Tagliaferro

Anno Domini 2020:

I baresi orfani della festa di San Nicola

 

 

 

 

LA STORIA:

Il mito di Babbo Natale nasce dalla leggenda di san Nicola, vissuto nel IV secolo, che si festeggia tradizionalmente il 6 dicembre: secondo la tradizione, san Nicola regalò una dote a tre fanciulle povere perché potessero andare spose invece di prostituirsi e – in un’altra occasione – salvò tre fanciulli.

Nel Medioevo si diffuse in Europa l’uso di commemorare questo episodio con lo scambio di doni nel giorno del santo (6 dicembre). L’usanza è ancora in auge nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria e in Italia (nei porti dell’Adriatico, a Trieste e nell’Alto Adige): la notte del 5 dicembre in groppa al suo cavallino fa concorrenza a Babbo Natale. I bambini cattivi se la devono vedere con il suo peloso e demoniaco servitore, mentre il pio uomo lascia doni, dolciumi e frutta nelle scarpe dei più meritevoli.

Il mito di Babbo Natale nasce dalla leggenda di san Nicola, vissuto nel IV secolo, che si festeggia tradizionalmente il 6 dicembre: secondo la tradizione, san Nicola regalò una dote a tre fanciulle povere perché potessero andare spose invece di prostituirsi e – in un’altra occasione – salvò tre fanciulli.

Nel Medioevo si diffuse in Europa l’uso di commemorare questo episodio con lo scambio di doni nel giorno del santo (6 dicembre). L’usanza è ancora in auge nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria e in Italia (nei porti dell’Adriatico, a Trieste e nell’Alto Adige): la notte del 5 dicembre in groppa al suo cavallino fa concorrenza a Babbo Natale. I bambini cattivi se la devono vedere con il suo peloso e demoniaco servitore, mentre il pio uomo lascia doni, dolciumi e frutta nelle scarpe dei più meritevoli.

 

COVID-19:

A causa di questo virus, quest anno i baresi sono molto delusi e sconfitti perchè la propria festa patronale non si svolgerà.

Per i baresi, l’importanza di questa festa è fondamentale, sopratutto per chi a Bari ci è nato.

Per varie interviste fatte a loro, possiamo notare la malinconia, la tristezza, la nostalgia e la rabbia provocata dalla mancanza di questa ricorrenza importante per noi.

Loro, anzi, noi speriamo in una ripresa economica e sopratutto si spera che la festa di San Nicola tenuta a Maggio si possa svolgere con più serenità, responsabilità e con molta più sicurezza e libertà.

 

 

 

 

 

ALESSIA DE CANDIA

 

CLAUDIA SCAMARCIA

 

 

 

 

Federico II di Svevia

 

Federico nasce il 26 dicembre 1194. La madre Costanza morendo aveva affidato la reggenza del regno e la tutela del figlio a Papa Innocenzo III. Papa Innocenzo III, nel 1208 lo dichiarò maggiorenne e nel 1209 ne combinò il matrimonio con Costanza d’Aragona. La Germania divisa in due blocchi, la parte meridionale obbediva Federico. Il 25 luglio 1215 Federico, fu incoronato re dei Romani ad Aquisgrana. Federico si stabilì nel Regno di Sicilia, che si impegnò fortemente a trasformare, riformò i tribunali e l’amministrazione del regno, riorganizzando le strutture e creando nuove figure di funzionari, emanò una serie di leggi, nel 1224 Federico istituì a Napoli la prima università statale. La tensione col Papato, diventava  sempre più complicata, Federico fu accusato di spergiura, e rottura della Pace, bestemmia ed eresia, l’assemblea deliberò la sua deposizione dal trono, ma la decisione non ebbe alcun effetto pratico. Federico nel 1248 subì una grave sconfitta, Federico ebbe pure rapporti col celebre Fibonacci, nel suo tratto di vita favorì la scuola poetica siciliana, ed egli stesso compose poesie amorose, seguì personalmente il progetto della porta di Capua, fece costruire diversi castelli, nel tempo si era creata una leggenda negativa, che lo aveva identificato nemico di Dio, Federico coltivò forme di autentica devozione religiosa, e in nessun momento mise in discussione l’istituzione papale. L’imperatore morì presso Castelfiorentino a Foggia il 13 novembre1250.

Costruì molti castelli tra cui vogliamo ricordare:

Castell Del Monte: che si trova nei pressi di Andria, è uno dei castelli, più belli e stupisce tutti per la sua perfezione architettonica. Castel Del Monte, è un castello fatto costruire da Federico ll Di Svevia nel 1240,nei pressi di Andria,costruito come fortezza, è una corona di cinta situato su una collina a 540 metri sul livello del mare,è tutto costruito in mura di cinta, è stato costruito secondo un estremo rigore geometrico, è matematico il numero otto appare spesso:otto sono le torri, otto sono le sale del piano superiore e inferiore. La posizione del castello è stata studiata,per creare particolari effetti di luce e di ombre in determinati periodi dell’anno. In fine il portone di ingresso mostra dal basso verso l’alto un arco in stile arabo.

Castello di Oria

si trova vicino brindisi,è ancora oggi funzionante e ospita “il comando militare della Marina”. Il castello si Oria è a Brindisi, il castello subì molte modifiche in età Federiciana nel 1233, si pensa che il castello, lo ampliò e lo modificò , Federico in occasione del suo matrimonio con Iolanda di Brienne. Oggi il castello ospita il “ Il Comando Militare Della Marina.Il Castello ha la forma di un triangolo isoscele con base a sud e vertice a nord e presenta tre torri nel muro meridionale lungo 88 metri: .Il muro orientale, due porte, è lungo 107 metri. Nella parte occidentale, che misura circa 110 metri, ci sono i fabbricati e l’antico ingresso un tempo munito anche di ponte levatoio. Al vertice si trova la torre Dello Sperone, da dove è possibile ammirare uno stupendo paese.

 

Alessia De Candia

 

 

Bari: il Castello Svevo

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Castello Svevo di Bari è un’imponente fortezza risalente al XIII secolo,

oggi adibito a sede museale; ubicato ai margini del centro storico, nei pressi dell’area portuale e della Cattedrale, con la sua mole rappresenta uno dei più importanti e noti monumenti della città.

Storicamente attribuito al re normanno Ruggero II, il Castello sorge nel 1131 su preesistenti strutture abitative bizantine e, dopo il duro intervento di Guglielmo I il Malo, viene recuperato da Federico II di Svevia tra il 1233 e il 1240.

Nella seconda metà del XIII secolo, Carlo d’Angiò attua un programma di restauro mirato a rinforzare l’ala nord del Castello, al tempo lambita direttamente dal mare.

Nel XVI secolo, Isabella D’Aragona e la figlia Bona Sforza trasformano radicalmente il Castello, adeguandolo allo sviluppo dell’artiglieria pesante con la costruzione di una possente cinta muraria bastionata intorno al nucleo normanno svevo, e allo stesso tempo ingentilendo l’interno del complesso.

Nei secoli a seguire, in particolare durante la dominazione borbonica, il Castello subisce un sostanziale abbandono, divenendo prima carcere e poi caserma. Solo nel 1937 diventa sede della Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie di Puglia e Basilicata.

Nel 2017, a seguito di lavori di restauro e musealizzazione, gli uffici della Soprintendenza vengono trasferiti e il Castello viene integralmente restituito alla pubblica fruizione.

Il nucleo normanno-svevo è a pianta trapezoidale, con una corte centrale e tre alte torri angolari fortemente bugnate. Superando la torre sudoccidentale, detta dei Minorenni per averne ospitato la sezione carceraria nel XIX secolo, si incontra l’ingresso originale, il portale federiciano che conduce nel cortile centrale. Qui oggi affacciano tre saloni ed una piccola cappella dalle forme classiche.

Nel XVI secolo le duchesse aragonesi attuano una radicale trasformazione del complesso. Al suo interno il Castello assume l’aspetto di una dimora rinascimentale, con un’elegante e scenografica doppia rampa di scale che collega il pian terreno ai grandi saloni del piano nobile.

Al pian terreno è possibile visitare due piccole aree di scavo archeologico, dove sono visibili preesistenti strutture di epoca bizantina.

 

 

 

 

 

Sala normanna

Nella Sala Normanna sono esposti materiali lapidei di varia provenienza, fra i quali spiccano i due capitelli a stampella del secolo XI, raffiguranti una coppia di gatti e di leoni alati, rinvenuti durante gli scavi condotti negli Anni ‘90 sotto la Sala Sveva.

Orecchini

Fra i preziosi esposti nella Torre dei Minorenni, questi orecchini a doppio pendente con placca a pelta e gemme blu, provenienti da una sepoltura femminile di alto rango sociale, dalla necropoli tardo antica della basilica di San Leucio a Canosa di Puglia.

 

 

 

                                                                                            Francesca Galiano

 

 

 

        Storia locale: VALENZANO

Amo molto il mio paese e mi piacerebbe che lo conosceste anche voi, voglio raccontarvi della sua storia, dei suoi monumenti e delle sue tradizioni.

 

LE ORIGINI DI VALENZANO

 

Non si sa con precisione quando è sorta Valenzano: probabilmente è stata fondata fra IX e XI secolo, nel periodo, cioè, in cui la Puglia tornò sotto la dominazione bizantina; la conseguente ripresa dei traffici con l’Oriente determinò nell’area pugliese, in particolar modo in Terra di Bari, un notevole sviluppo agricolo, demografico e urbano che vide il ripopolamento di vecchi insediamenti abbandonati e la nascita di nuovi insediamenti tra cui, probabilmente, anche Valenzano.

La denominazione Valenzano, probabilmente deriva dal nome del proprietario romano del latifondo, Valens o Valentius.

Nell’anno 845, durante la scorreria dei Saraceni, un cavaliere greco dei Saraceni, un cavaliere greco di Antiochia, residente da tempo a Bari fuggì con altri e si nascose nell’entroterra, a circa sei miglia dalla città , dove trovò una torre. Quando i saraceni, saccheggiando e deprecando , andarono via, il cavaliere greco, di nome Valentino o Valentiniano o Valenziano, rimase dove si era rifugiato. Si costruì una comoda dimora e fece costruire capanne, stalle e case per i suoi sudditi e nacque Valenzano. Con l’avvento del feudalesimo, Valenzano (denominata Ballenzanum) acquisì le caratteristiche di un feudo di media importanza. Il paese era dotato di mura ed aveva una forma pressoché quadrata, dal lato di circa 180 m. Le porte erano tre, quali la porta di via Bari, la porta di Santa Croce e la porta di Levante. Entro le mura vi erano numerose costruzioni, quali le carceri e le residenze del feudatario e dell’arciprete.

 

IL SANTO PATRONO: SAN ROCCO

 

Nel mese di Agosto, come ogni anno per tradizione, si celebrano a Valenzano i festeggiamenti per commemorare San Rocco, il Santo Patrono del paese.

San Rocco è patrono dei pellegrini e dei viaggiatori ed è venerato inoltre come protettore degli invalidi.

Il culto di questo Santo, infatti, si diffuse in tutta l’Europa occidentale a partire dalla seconda metà del Quattrocento, in seguito al diramarsi di terribili pestilenze che imperversavano nelle città.

Una leggenda narra che, in punto di morte, angosciato dalla consapevolezza di un’umanità tormentata e devastata dalla peste, San Rocco implorò il Padre Onnipotente affinchè gli donasse il potere di guarire da quel terribile male chiunque lo invocasse e, di restituire la salute del corpo, a chiunque lo desiderasse.

LA TRADIZIONE DEL VENERDI’ SANTO

 

La processione dei misteri della cittadina di Valenzano, in provincia di Bari, è uno dei maggiori riti quaresimali della provincia. Si tiene nel Venerdì santo di ogni anno e si snoda attraverso le principali vie del paese.

La processione del Venerdì santo è documentata sin dal 1675, all’epoca, la celebrazione nacque per merito dei Frati Francescani e del Capitolo di San Rocco, la chiesa matrice del paese. Si può supporre che i tre misteri fondamentali (il Crocifisso, Gesù Morto e Maria Addolorata) fossero presenti già alla prima delle processioni, forse accompagnati da statue minori.

È una delle tradizioni del paese, infatti, i misteri sono privati e hanno dei proprietari diversi che li conservano nella proprie case.

Proprio come quello di mia nonna, costruito dal Maestro Bruno nel 1982 e tutt’ora, ogni anno, è in processione nel giorno del Venerdi Santo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ ANTICA FIERA

 

L´antica Fiera Nicolaiana di Ognissanti, istituita da Federico II presso l´Abbazia Benedettina di Ognissanti, che ora si sviluppa su un percorso cittadino di circa 4 km con 800 operatori commerciali in tutti i settori merceologici.

I mercanti che intervenivano alla fiera di “Ognissanti” non potevano più trovare riparo nei locali dell´Abbazia, perciò, la fiera conobbe un periodo di decadenza, per poi riprendere vigore nei primi dell´Ottocento, quando un decreto di Gioacchino Murat ne deliberò il trasferimento all´interno del paese. Le attività mercantili che si svolgevano nell´ambito di questa manifestazione, subirono un notevole sviluppo, tanto che negli anni successivi all´Unità d´Italia le autorità cittadine furono costrette a cercare un nuovo e più ampio spazio per le transazioni commerciali, che fino allora si erano svolte nel Largo dei Frati e in Largo San Benedetto: fu in quelle circostanze che sorse l´attuale Largo Plebiscito.

Tutt’ora la fiera si svolge ogni anno, il 1 Novembre

 

PRODOTTO TIPICO

Rinomato è anche il prodotto più tipico della tradizione gastronomica locale: la frittua, focaccia di pasta con patate, olio d’oliva, rigorosamente del luogo, e pomodoro fresco.

 

 

ABBAZIA DI CUTI

 

L’abbazia fu costruita tra il 1061 e il 1078 dall’abate Eustasio, e comprendeva, oltre alla chiesa, anche vari edifici monastici, campi coltivati e vigneti. L’importanza religiosa della comunità benedettina di Ognissanti fu significativa sin dalle origini: nel 1112 Eustazio venne infatti nominato successore dell’abate Elia quale rettore della basilica di San Nicola e ricoprì tale carica fino alla morte, nel 1123. Contemporaneamente, crebbe anche la rilevanza economica dell’abbazia, che assunse un’organizzazione paragonabile a quella di una curtis.

 

IL CASTELLO BARONALE

 

Risale all’incirca all’anno mille, ricoprendo una funzione strategica di notevole rilevanza all’epoca delle guerre fra Normanni e Bizantini. Secondo altre fonti la sua fondazione risalirebbe al regno di Federico II di Svevia, che incorporò nella struttura una precedente torre di avvistamento normanna. Nel corso degli anni intorno alla fortezza si andò sviluppando il borgo medievale di Valenzano.

Anche durante le dominazioni angioina ed aragonese la struttura mantenne le sue funzioni militari di fortezza, mentre nel periodo del viceregno spagnolo cominciarono le varie modifiche ed ampliamenti che la trasformarono in residenza baronale. In particolare fu la famiglia Furietti ad ampliarlo con la costruzione di una cappella e di un bellissimo loggione barocco sostenuto da quattro colonne.

Secondo una descrizione datata 1734, al piano terra erano dislocati i depositi, i magazzini le cucine, le stalle, che potevano ospitare fino a quattordici cavalli, e gli altri ambienti di servizio. Ai piedi della torre nordorientale vi erano le prigioni, mentre sotto i magazzini vi era una cantina che oggi viene adibita a sala conferenze. Nel 1806 diveniva proprietaria del castello la famiglia Martucci che provvedeva alla costruzione di ampie sale.

La struttura si presenta in forma all’incirca quadrangolare con quattro torri angolari, tre a pianta quadrata ed una semicircolare appena distinguibili con l’eccezione di quella nordorientale, che svetta maestosa sul resto della struttura, e si sviluppa intorno ad una corte interna. Al pianterreno vi sono venti ambienti mentre diciotto sono quelli al piano nobile.

Attualmente il castello è proprietà della famiglia Martucci che lo ha restaurato e viene adibito a manifestazioni culturali ed artistiche, nonché a ricorrenze.

 

                                                       Claudia Scamarcia

 

 

Altri Castelli: “Il Castello Normanno – Svevo di Gioia del Colle”

è il risultato di almeno tre interventi costruttivi: uno risalente al periodo bizantino, un altro a quello normanno e l’ultimo a quello svevo.

Inizialmente era costituito  da un recinto fortificato in conci lapidei ed era un castello rifugio, cioè un luogo in cui la popolazione locale trovava riparo contro le scorrerie di popolazioni nemiche.

Questo primo nucleo fu ingrandito nel XII secolo dal normanno Riccardo Siniscalco, che lo trasformò in una residenza nobiliare.

La sistemazione definitiva del castello si deve a Federico II di Svevia intorno al 1230, epoca in cui si presenta con un cortile quadrangolare, saloni e stanze che si affacciano su di esso, ed è delimitato da quattro torri angolari.

Con tale struttura il castello di Gioia si inseriva in quel sistema di castelli fortificati che, partendo da Lucera e giungendo fino ad Enna, rispondeva al disegno di Federico II, di controllo e difesa militare delle terre più importanti del suo regno in Italia Meridionale. La leggenda vuole che nel castello di Gioia nacque Manfredi, da Federico II e Bianca Lancia, regina che il sovrano fece uccidere perché rea di tradimento. Fu proprietà dei Principi di Taranto fino al 400, dei Conti di Conversano fino al 600 e dei Principi di Acquaviva fino agli inizi dell’ 800.

Nel 600 venne trasformato da costruzione militare in dimora residenziale ed adattato alle nuove esigenze abitative, con apertura di monofore, bifore e trifore sia nel cortile interno che sulle cortine esterne, mantenedo intatto il suo impianto strutturale.

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La Torre De Rossi

Nel 1884 fu acquistato dal canonico Daniele Eramo e, in seguito a numerose trasformazioni, fu adibito come sede di abitazioni e di depositi.

Agli inizi del 900 fu acquistato dal  Marchese di Noci, Orazio De Luca Resta,che successivamente ne propose la donazione al Comune di Gioia del Colle.

Sempre agli inizi del 900 ha subito un pesante restauro da parte dell’architetto Angelo Pantaleo, che, da un lato cercò di recuperare l’aspetto originario, dall’altro operò  delle ricostruzioni arbitrarie, che interessarono particolarmente la scalinata, le trifore e il trono. Il 1955 il Ministero della P. I.  acquistò il castello, che era molto malridotto, il quale divenne  proprietà dello Stato, che lo dichiarò Monumento Nazionale. Alla fine degli anni 60 l’ingegnere Raffaele  De Vita ha operato un restauro conservativo con una ripulitura delle pareti esterne ed interne, contribuendo a rendere vivibile il castello, sia come monumento da visitare  che come luogo fruibile  per attività culturali e sociali a favore della cittadinanza.

Il castello di Gioia  oltre ad essere uno migliori dal punto di vista della  conservazione,  tra quelli presenti in Puglia,  è anche uno tra i più caratteristici dal punto di vista architettonico.

                                                       Claudia Scamarcia

 

Ricetta di Natale

Un piatto povero ma delizioso, della nostra tradizione

 

Brodo di tacchino

 

Potrebbe sembrare scontato il modo in cui si provvede a cucinare il brodo di tacchino. Vi garantiamo tuttavia che spesso si commettono incolpevoli errori. Per questo vi suggeriamo di seguire pedissequamente questa antichissima ricetta.

 

 INGREDIENTI (per 4 persone): 400 gr di carne di tacchino (coscia e sopracoscia) 1 cipolla 100 gr di pomodori (pelati o freschi) 1 gambo di sedanosale e acqua q.b.

 

PREPARAZIONE:
Lavate la carne in abbondante acqua tiepida. Mettetela in una pentola e c
opritela con acqua fredda fino a riempire la pentola stessa. Fate riscaldare l’acqua e prima che bollisca, abbassate la fiamma e con una schiumarola eliminate la schiuma che si forma in superficie. Dopo averla eliminata, alzare la fiamma e portate l’acqua all’ebollizione aggiungendo la cipolla, il sedano a pezzi grandi, i pomodori e il sale. Lasciate cucinare per circa 2 ore. Quando il brodo è cotto, si può filtrarlo in un’altra pentola e in essa può essere cotta la pasta (di piccolo formato, i classici tortellini) o il riso. Ottima è anche la stracciatella in brodo che consiste nel versare sul brodo bollente un uovo sbattuto e una spolverata di parmigiano. Ottima è anche la carne di tacchino utilizzata per cucinare il brodo. Può essere servita come secondo piatto accompagnata ad una salsa agrodolce o a dei sott’oli o sott’aceti.

 

 

 

La redazione augura un felice e sereno Natale

 

 

 

 

Vi aspettiamo numerosi … 

 

 

 

 

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