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Emanuele Calaiò a “Fever of Bari”: “Negli anni si sta perdendo il valore della maglia. In piazze come Bari bisogna dare il massimo!”

L’ex calciatore Emanuele Calaiò è stato ospite nella trasmissione sportiva “Fever of Bari”, ideata e condotta dal giornalista Marcello Mancino, in onda sulle frequenze di Media TV.

L’ex attaccante di Napoli e Parma su tutte, autore di 280 reti tra i professionisti, si è raccontato apertamente durante la nostra intervista, partendo dalle voci di mercato che, negli anni, hanno illuso i tifosi biancorossi in merito ad un suo approdo.

? “Ai tempi di Perinetti sono stato vicino a vestire la maglia del Bari in un paio di occasioni ma, ahimè, non si è mai concretizzata l’eventualità. Il Direttore è stato come un padre per me e, tuttora, persiste una stima reciproca.
I ricordi più belli che ho condiviso con lui sono relativi all’annata di Siena, durante la quale abbiamo vinto un campionato di B alla guida di mister Antonio Conte.”

Questione Superlega.

? “Credo che il calcio sia bello così com’è, sinceramente. Bisognerebbe adoperarsi per dare una mano alle piccole società, invece, l’obiettivo della Superlega è sembrato quello di fare affari tra i top club. Fortunatamente, si è concluso con un nulla di fatto, sono sempre stato dell’idea che il calcio appartenga ai tifosi.”

Tralasciando le doti tecniche, i tifosi dei “galletti”, nell’arco della stagione, hanno rilevato un poco senso di appartenenza da parte dei componenti della rosa.

? “A Bari, come in ogni grande piazza, la gente pretende un forte attaccamento alla maglia. Negli anni, ho constatato che questo sentimento si sta, progressivamente, affievolendo. Ovunque abbia giocato, indipendentemente dai gol, ho lasciato un’impronta per il sudore profuso, partita dopo partita.”

“L’arciere”, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ha assunto il ruolo di responsabile del settore giovanile della Salernitana ed ha evidenziato la problematica più drammatica del nostro calcio, ovvero la questione dei giovani.

? “Ci sono responsabilità suddivise tra allenatori che esigono, inesorabilmente, giocatori di esperienza e ragazzi che, alla prima giocata, si credono dei top player, senza dimenticare, inoltre, l’inadeguatezza di alcuni dirigenti.”

? “All’età di tredici anni ho lasciato la mia città, Palermo, per andare a vivere a Torino da solo e, questa esperienza, mi ha permesso di raggiungere, precocemente, una certa maturità. Adesso i tempi sono profondamente cambiati, i ragazzi giocano alla Playstation, si divertono nei locali, passano tante ore sui social e, di conseguenza, il calcio passa in secondo piano. Non vedo più la fame e la passione, elementi di fondamentale valore che hanno contraddistinto le mie annate.”

Servizio a cura della redazione sportiva di Mediasud.Tv

– Pierpaolo Schirone-

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