L’Avaro di Molière “in versione Groccia” all’AncheCinema di Bari

 

di Maria Caravella

 

“L’avarizia in età avanzata è insensata”– scriveva Marco Tullio Cicerone in “De senectute – “cosa c’è di più assurdo che accumulare provviste per il viaggio quando siamo prossimi alla meta?”Anche la letteratura è prodiga di figure prigioniere del letale flagello della cupidigia: Paperon de Paperoni nei mitici fumetti, Scrooge del “Canto di Natale” di Dickens, papà Grandet dell’ “Eugénie Grandet” di Honoré de Balzac, Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Fino ad arrivare alla mitica figura di Arpagone nell’opera di Moliere. Personaggio emblematico dal  nome  non  casuale: “l’arpagone” è infatti quello  strumento a forma di  uncino preposto a tener ferme le navi nemiche durante l’arrembaggio. E’ proprio con questa tematica, l’avarizia, uno dei più pericolosi tra i vizi capitali, che ha auto inizio dopo il lungo periodo di chiusura dovuto alla pandemia,  la nuova  programmazione di AncheCinema; con  la rappresentazione liberamente ispirata a L’Avaro di Moliére nell’adattamento di Gianfranco Groccia, a cura de L’occhio del ciclone Theater.
La commedia di lontana memoria,   come le tante opere ispirate a questo tema, mostra l’avaro quale  “metafora del porco che si rende utile solo dopo la morte”.

L’adattamento di Groccia, ammiccando Molière, ricompone vivacemente le tematiche più intriganti e significative  dell’originaria  commedia e, le trasporta con un notevole  salto temporale nelle atmosfere  di contestazioni degli anni ’70, con particolare riferimento ai  contrasti legati ai rapporti  generazionali e ai nuovi modi di sentire dei figli rispetto alle vecchie generazioni. Anche qui le vicende del protagonista  si svolgono nell’arco temporale di una giornata e i sentimenti amorosi conservano un peso rilevante. Nella rivisitazione, si sposta  la   patologica e inguaribile taccagneria di Arpagone, sul suo preponderante  narcisismo, con un  primo attore, perennemente innamorato di se stesso e delle sue monete.  Il protagonista pur avanti negli anni non è dotato di  benché minima saggezza: antepone su tutto il desiderio di accumulare danaro, anche in modo illecito, trasformando ogni occasione in fonte di guadagno. Sospettoso di tutto e di tutti, soprattutto, insensibile ai bisogni altrui, compresi quelli dei suoi figli, si mette   in ridicola competizione con il figlio Cleante. Affascinato dalla giovane Mariana decide di volerla sposare, anteponendo  i suoi scudi d’oro, all’amore.  Sulla scena a compensare il cinismo e la crudeltà di Arpagone, prigioniero del suo vizio, aleggia la presenza di due  giovani coppie sinceramente innamorate e  uno sciame di scettici servitori.
Quello di Groccia si pone come uno spettacolo costruito su una leggiadra  ironia,  caratteristica di ogni commedia, condita dalla scelta di motivetti musicali di nuova generazione, pantomime, esuberanza scenica  e  incisivo linguaggio mimico  gestuale.  Di grande professionalità l’interpretazione di Lino De Venuto nei panni di Arpagone. Talentuoso l’intero cast composto da: Nicola Borreggine,Maurizio De Vivo, Isa Gigante, Ada Interesse, Loredana Lorusso, Vito Pappalepore, Vitangelo Pugliese, Caterina Rubini, Michele Scarafile e Anna Volpicella. Semplice e lineare ma di effetto, soprattutto nel gioco delle luci la scenotecnica  di  Emanuele Hila.

 

 

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